C'è coda all'ingresso della Casa 139 questa sera: buon segno, e, trovandoci a Milano, anche indice di hype. I Local Natives stanno evidentemente attraversando il loro momento di maggior popolarità, che coincide con la ripubblicazione, per la più diffusa French Kiss, del loro LP d'esordio, l'affascinante e effervescente 'Gorilla Manor'.

Il locale si riempie in fretta, in tempo per vedere iniziare gli Iori's Eyes, a dire il vero un po' troppo onnipresenti in questo periodo (di questo passo temiamo di ritrovarceli a suonare anche in cucina durante la colazione), ma indubbiamente bravi. Il set acustico fa perdere alcune sfumature alle canzoni, che si rivelano d'altro canto buone anche per una versione che ne mette in maggior risalto la melodia piuttosto che gli arrangiamenti. Anche loro, fatte le debite proporzioni, stanno attraversando una consistente fase di hype in città, e a far due calcoli il considerarli il miglior gruppo milanese dei tempi correnti non è poi così campato in aria.

L'atmosfera da 'evento' si fa sempre più densa mentre la gente si stipa verso il palco subito dopo il termine dell'esibizione dell'opening act. La voglia di Local Natives che è comune a chi si trova in via Ripamonti questa sera viene soddisfatta dall'ingresso del gruppo, capitanato dai baffi e dalla camicia a quadri d'ordinanza di Taylor Rice. Accanto a lui si capisce subito l'importanza di Kelcey Ayer, che suona contemporaneamente tastiere e una mezza batteria. Ed è proprio questa mezza batteria, che interagisce con quella intera di Matt Frazier, la marcia in più dei Local Natives, preziosa soprattutto nel dare ulteriore tiro ai pezzi. I cinque ragazzi non si risparmiano neanche nell'uso delle chitarre elettriche, a dimostrare che il paragone ricorrente con i Fleet Foxes è un po' campato in aria.

E poi, le canzoni della band di Silver Lake sembrano fatte apposta per essere cantate ai concerti, con tutti quegli "oooh-oh", "aaah-ah" e "tuttutturuttuttu", con tutti quei momenti da handclapping che farciscono i brani di 'Gorilla Manor'. Disco che viene eseguito interamente anche se non nell'ordine della tracklist, anche per lasciare il primo piano ai pezzi forti come 'Airplanes' (che suscita grande entusiasmo) e 'Sun Hands', che chiude il set con una coda elettrica molto esaltante, in cui anche il bassista Andy Hamm si munisce a sua volta di bacchette e va a suonare un tamburo.

E' proprio il teamwork dei Local Natives che colpisce: ogni elemento appare molto importante nella realizzazione del tutto, con l'esemplificazione migliore del canto corale, che spesso coinvolge anche un pubblico che pare aver consumato i solchi del cd. E che ha già deciso, senza alcun dubbio: sono i Local Natives la nuova 'next big thing'. Concordiamo.