Local Natives: ‘Violet Street’ (Loma Vista, 2019)

Genere: dream-folk | Uscita: 26 aprile 2019

E’ sempre stato il gruppo la vera forza dei Local Natives. Il collettivo di Silver Lake, L.A., è una delle poche band in cui il processo creativo è realmente condiviso, tanto che nei credits di ogni loro disco compare la dicitura “All songs written by Local Natives“. La tripla armonia vocale, altra qualità d’insieme, da sempre ne caratterizza le canzoni come parte fondamentale del suono, e contribuisce a fornire loro una specifica aura onirica sin dai tempi di ‘Sun Hands‘ e ‘Camera Talk‘, i primi singoli di ormai 10 anni fa.

Non è soltanto l’interazione delle voci di Taylor Rice, Kelcey Ayer e Ryan Hahn a tratteggiare la musica del quintetto losangelino. Grande incidenza ha anche la particolarissima stratificazione di percussioni, chitarre e tastiere, tutte suonate da almeno tre membri su cinque di un gruppo di autentici poli-strumentisti. Ciò consente ai Local Natives di avere costantemente diverse carte da giocare, e di poter scegliere in ogni momento le migliori del mazzo. Sono proprio queste scelte, che non avevano pienamente convinto nel precedente ‘Sunlit Youth‘ (2016), ad apparire sempre le migliori possibili in questo ‘Violet Street‘. Del resto, Rice e soci ci sono stati dietro per un anno intero insieme a Shawn Everett, tra coloro che hanno permesso a Kacey Musgraves di catalizzare i favori di critica e pubblico, ma che da produttore vanta anche una certa frequentazione con la psichedelia, avendo lavorato agli album più recenti di War On Drugs e Kurt Vile. Insomma, Everett è uno che sa come indirizzare su un percorso decifrabile e godibile le urgenze creative di artisti che rifuggono la banalità.

Ed è precisamente quanto accaduto per questo quarto album della band californiana, che torna a sfoderare le melodie intriganti che ne avevano caratterizzato l’esordio del 2009 (‘Gorilla Manor‘) addobbandole di suoni, trovate e sorprese. Esempi eclatanti sono il singolo ‘When Am I Gonna Lose You‘, che nasconde il proprio mood malinconico con una marcia incalzante e persino ballabile, o il neo-soul di ‘Someday Now‘, efficacissima declinazione del loro celeberrimo trademark, l’intreccio vocale. Ci sono però anche brani come ‘Megaton Mile‘, ‘Shy‘ e ‘Gulf Shores‘ in cui la passione per la rotondità melodica si accompagna a quella per la complicanza sonora, generando passaggi inaspettati quanto appaganti. Il tema centrale del disco, ovvero l’ansia e la tensione che si provano nei momenti che dovrebbero essere riservati all’assoluta felicità, è reso empaticamente nelle tracce più riflessive come ‘Café Amarillo‘, ‘Garden Of Elysian‘ e ‘Tap Dancer‘. Sono canzoni che mettono ulteriormente in mostra un eclettismo che è indicativo del periodo di grazia attraversato dai Local Natives durante la scrittura di questi brani, artefici della decisa risalita delle loro quotazioni.

VOTO: 🙂



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