Low: ‘Double Negative’ (Sub Pop, 2018)


Genere: experimental-pop | Uscita: 14 settembre 2018

Venticinque anni insieme nella stessa band, ancora di più da marito e moglie: sono due figli e dodici album il frutto dell’unione di Alan Sparhawk e Mimi Parker, entrambi di religione mormone e dunque con ben pochi grilli per la testa. La loro vita è stata quasi interamente dedicata alla musica, attività nella quale non si può dire non eccellano: in un quarto di secolo i Low hanno fattivamente contribuito a sintetizzare quel sotto-genere musicale chiamato slowcore, termine con il quale vengono ancora oggi identificati. Sarà forse per smarcarsene che il loro LP che taglia il traguardo della dozzina è anche quello più sorprendente.

Per questo dodicesimo album della storia della band di Duluth, il personaggio chiave è tale BJ Burton, che Alan e Mimi hanno cominciato a frequentare una manciata di anni fa. Attivissimo negli ormai celeberrimi April Base Studios di Eau Claire, Wisconsin (quelli di proprietà di Justin Vernon), si è formato nell’hip-hop per poi collaborare con gente come James Blake e i Sylvan Esso, artisti evidentemente piuttosto lontani dai Low. BJ aveva prodotto loro già l’album precedente, ‘Ones And Sixes‘ (2015), portandovi qualche suono di sua creazione ma rispettando con deferenza la loro storia e il loro stile. La stima in questo “hip-hop guy” (come bonariamente lo ha soprannominato Alan) è cresciuta sempre di più, tanto da decretarne il coinvolgimento, quasi fosse un membro aggiunto del gruppo, nella scrittura di queste nuove canzoni. Canzoni che, di primo acchito, non sembrano proprio essere farina del sacco dei Low. Spesso e volentieri non sembrano neanche essere canzoni.

Si può dire che ‘Double Negative‘ sia per i coniugi Sparhawk quello che ‘Kid A‘ è stato per i Radiohead: una sorta di carpiato salto nel buio, dettato da una impellente necessità artistica di cambiamento e dalla voglia di affrontare una nuova sfida. E’ un album straniante, che chiede a chi lo ascolta tanta buona volontà e parecchia apertura mentale, strumenti indispensabili per dissipare una sorta di nebbia rumorosa che si addensa sin dall’opener ‘Quorum‘. Le voci di Alan e Mimi si fanno piano piano largo tra stati di suoni che sembrano volerle costantemente sovrastare. Faticano a emergere, dando una stridente sensazione di precarietà che è calzante metafora dei nostri tempi.

Quando però riescono ad affiorare, sempre sommessamente e al solito lentamente, eccole conseguire la sinterizzazione di una specifica e surreale forma di bellezza mai udita in precedenza. E’ il pregio assoluto di questo disco, che ha un po’ di ambient, sprazzi di trip-hop, piccole dosi di pop sofisticato, ma che non è mai precisamente catalogabile. E’ la creatività portata a un livello superiore, tale da generare qualcosa di autenticamente inedito. Qualcosa che potrà piacere o non piacere, che potrà entusiasmare o irritare, ma che sarebbe delittuoso ignorare.

VOTO: 😀