Michael Kiwanuka: ‘Kiwanuka’ (Polydor, 2019)

Genere: avant-soul | Uscita: 1 novembre 2019

A Londra in questi giorni il faccione di Michael Kiwanuka è affisso ovunque: all’ingresso di ogni negozio di dischi, in metropolitana, lungo le strade. Una bella rivincita per questo figlio di immigrati ugandesi di cui gli insegnanti delle scuole del quartiere di Muswell Hill, dove è nato e cresciuto, non riuscivano neanche a pronunciare il cognome. Ora, invece, dopo un primo posto nella UK Album Chart (con il precedente ‘Love & Hate‘ del 2016) e una canzone scelta come sigla di ‘Big Little Lies‘ (‘Cold Little Heart‘, proprio dall’LP appena menzionato), quel cognome, ‘Kiwanuka‘, è diventato persino il titolo di un disco. Un disco che è il suo terzo in carriera e probabilmente anche il suo più ambizioso, e non soltanto dal punto di vista commerciale.

Anche perché uno come Micheal di fare un album per le autoradio inglesi non lo avrebbe mai accettato. Ci sono stati dei momenti di tensione durante le prime sessioni di registrazione con Danger Mouse, produttore notoriamente incisivo e invasivo scelto anche per il suo amore per il soul esplicitato nel progetto Gnarls Barkley. “E’ il mio album questo?“, gli aveva chiesto (e si era chiesto) Kiwanuka, una specie di esatto opposto di Kanye West, perennemente insicuro di sé stesso e del proprio talento: “Ma questo disco è stato anche una sorta di terapia, ho cercato di accettarmi per quello che sono e mi sono domandato che cosa volessi dire, come potessi sfidare sia me stesso che l’ascoltatore“.

E di sfide da accettare ce ne sono parecchie in ‘Kiwanuka‘, un LP molto più complesso di quanto potrebbe sembrare ad un primo, distratto ascolto: è lungo 51 minuti, è composto da ben 14 tracce di cui tre sono interludi e di cui una supera i 7′ e un’altra arriva quasi a 6’. Il folk misto a soul con cui è divenuto celebre è stato farcito di molte altre cose (del resto due come Danger Mouse e l’altro co-produttore Inflo non ce la fanno proprio a passare inosservati): afro-beat (‘You Ain’t The Problem‘), psichedelia (‘Hero‘), hip-hop (sempre ‘You Ain’t The Problem‘), doo-wop (‘Living In Denial‘); synth, tastiere e archi interagiscono con la chitarra e a volte la rimpiazzano, come nelle toccanti ‘Piano Joint (This Kind Of Love)‘ e ‘Solid Ground‘ e nella melliflua ‘Final Days‘, tre delle gemme che affiorano con il tempo da un disco che cela tante sorprese, citazioni, anche impegno politico (‘Another Human Being‘ fa ascoltare le parole di un partecipante alla marcia dei diritti civili del 1960 in North Carolina). E’ proprio questo caleidoscopio di suoni e colori, perfettamente inglobati in quella che è la proverbiale scrittura di Michael, a rendere ‘Kiwanuka‘ nettamente superiore ai due predecessori e a molti dischi di black-music contemporanea: più che retro-soul va considerato, a tutti gli effetti, avant-soul.

VOTO: 😀



Lascia un commento