Peter Doherty & The Puta Madres: ‘Peter Doherty & The Puta Madres’ (Strap, 2019)

Genere: folk-punk | Uscita: 26 aprile 2019

Oggi Pete Doherty ha 40 anni, i capelli bianchi, una nuova fidanzata e due husky. “Non è ancora morto“, è la macabra considerazione dei magazine inglesi, nonostante con le droghe non abbia di certo smesso, così come con la musica e con il creare nuove band: l’associazione con The Puta Madres, musicisti amici e turnisti raccattati qua e là, è la sua quarta versione dopo Libertines, Babyshambles e le proprie semplici generalità anagrafiche (comprensive di ‘r’ finale nel nome).

Anche in questo caso si fa chiamare “Peter” e non Pete, e la maggiore assonanza è difatti con il primo dei suoi due album solisti, ‘Grace/Wastelands‘ del 2009, se non altro per le dosi abbondanti di chitarra acustica presenti pure in questo nuovo lavoro. Nella band, composta da sei elementi Pete incluso, c’è anche un violinista, che insieme alla succitata acustica rende abbastanza evidente il richiamo a folk- e gypsy-punk, ovviamente nella declinazione che ne dà Doherty, del quale si può dire tutto ma non che non abbia una scrittura riconoscibile.

La suo nuova vita lo ha portato a Margate, una città di mare sulla punta sud-est dell’Inghilterra, dove l’amico e collega Carl Barat ha rilevato un mini-condominio chiamandolo ‘The Albion Rooms‘ e cedendo un sesto della proprietà proprio a Pete, che ora, oltre a cani e fidanzata, ha anche un tetto sopra la testa. Questa sorta di comune ospiterà anche uno studio di registrazione, ma l’inspiegabile bighellonare di Pete ha condotto lui e i Puta Madres a incidere questo disco dall’altra parte della Manica, a Étretat, in Normandia, un paesino di 1500 anime (quasi tutti pescatori) dove in quattro giorni ha fatto tutto.

La velocità delle registrazioni, realizzate praticamente in presa diretta, ha fatto sì che ‘Peter Doherty & The Puta Madres‘ sia venuto fuori decisamente lo-fi. E’ un disco di certo molto spontaneo ma anche un po’ troppo raffazzonato, tanto da sembrare più una raccolta di bozze e versioni demo che un LP in studio vero e proprio. Esemplare a questo proposito è una strana cover/mash up tra ‘Ride Into The Sun‘ dei Velvet Underground e ‘Don’t Look Back In Anger‘ degli Oasis che si chiama ‘Someone Else To Be‘, una di quelle cose che si suonano sì vicino al mare, ma generalmente in spiaggia con gli amici, magari un po’ brilli. Non inizierebbe neanche male il disco: ‘All At Sea‘, ‘Who’s Been Having You Over‘ e ‘Paradise Is Under Your Nose‘ hanno la bellezza decadente delle più centrate canzoni firmate da Doherty. Peccato poi il buon Pete si perda in nonsense (la succitata cover), ridondanze (i quasi 7 minuti di ‘Travelling Tinker‘), stereotipi di sé stesso (‘A Fool There Was‘), così che dalla traccia 4 alla 11, con la sola eccezione dell’efficace ‘Shortlave‘, cala la palpebra e sale un po’ di noia. Beninteso, il suo talento non sembra totalmente smarrito. Avrebbe soltanto bisogno di essere supportato, indirizzato, consigliato, un po’ come nella vita, quella nuova quanto quella vecchia.

VOTO: 😐