Tamino: ‘Amir’ (Communion, 2018)

Genere: rock cantautorale | Uscita: 19 ottobre 2018

E’ stata un’infanzia felice quella di Tamino-Amir Fouad: nipote di uno dei più famosi cantanti e attori egiziani, Moharam Fouad, è cresciuto nell’alternativa Anversa, la città belga culturalmente più stimolante. La madre, un’antropologa fiamminga con la passione per la musica classica e in particolare per ‘Il Flauto Magico‘ di Mozart (Tamino è anche il nome di uno dei personaggi dell’opera), lo ha cresciuto facendogli studiare pianoforte e mettendogli a disposizione i dischi di Beatles, Serge Gainsbourg, Tom Waits e Jeff Buckley. Fu lei a trasmettergli il concetto di una creatività artistica che può tranquillamente prescindere dal successo commerciale. Fu invece la famiglia paterna a farlo connettere con le proprie origini egiziane: la nonna gli regalò una preziosissima chitarra appartenuta al marito, da cui il ragazzo non si sarebbe mai più separato. L’integrazione delle corde con i tasti e la diversa prospettiva acquisita dal contatto con la tradizione musicale araba, modellarono in maniera definitiva la sua musica.

Amir‘, che oltre al suo secondo nome è il titolo del suo album di debutto, è evidentemente un disco scritto e composto da un under 21 belga di lingua olandese, con quella sensibilità un po’ decadente tipica delle band di quelle parti quali Deus, Venus, An Pierlé e Girls In Hawaii. E’ dunque errato posizionare le sue canzoni a metà tra occidente e oriente, il suo è un rock cantautorale preminentemente occidentale, che guadagna una decisiva peculiarità proprio con l’inserimento di elementi etinici (‘So It Goes‘, ‘Each Time‘, ‘w.o.t.h.‘, ‘Intervals‘). A tal fine, è fondamentale il contributo dalla Nagham Zikrayat, un’orchestra di stanza in Belgio composta da musicisti iraniani e siriani rifugiatisi dai conflitti, che presta opera in diversi brani in scaletta.

La forza di Tamino è però la sua voce, quel timbro che da più parti lo ha fatto accostare a Jeff Buckely per la capacità di cambiare registro all’interno dello stesso brano. Il suo toccante falsetto (‘Sun May Shine‘, ‘Tummy‘) non sarebbe tuttavia sufficiente per la piena riuscita di questo esordio se non fosse supportato da una scrittura colta e matura (si ascoltino ‘Habibi‘ e ‘Cigar‘, i due brani migliori), che non manca di espressività nonostante il lento e malinconico incedere. Non è un caso che in tempi non sospetti uno come Colin Greenwood si sia accorto di lui, e così come accaduto al bassista dei Radiohead (peraltro ulteriore, evidente influenza), sarà per tutti piuttosto inevitabile rimanere impressionati da Tamino, uno dei più talentuosi giovani esordienti dell’anno.

VOTO: 😀



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