Two Door Cinema Club: ‘False Alarm’ (PIAS, 2019)

Genere: electro-pop | Uscita: 21 giugno 2019

Sembrano ancora dei ragazzini i Two Door Cinema Club; in realtà gli anni di carriera sono anche per loro ormai più di dieci. Pure di più se si considera che Alex Trimble (voce, chitarra, beat, synth), Sam Halliday (chitarra, cori), e Kevin Baird (basso, synth, cori) già facevano parte della stessa band (ma con un altro nome) ai tempi del liceo. Fu il passaggio dai Life Without Rory alla denominazione attuale che significò anche l’inizio delle cose fatte sul serio. Il loro mix di pop, rock e dance non passò inosservato a chi ne è grande esperto, come l’etichetta franco/supercool Kitsuné, che per registrare il loro album di debutto li fece entrare negli studi del compianto Philippe Zdar a Parigi, secondi in assoluto ad aver lavorato lì dopo i Phoenix di ‘Wolfgang Amadeus Phoenix‘.

A nove anni da quel debutto si può dire che la distanza con la band di Versailles sia ormai colmata. Quantomeno a livello di approccio: ‘False Alarm‘, soprattutto nelle sue prime tracce, ricorda molto il ‘Bankrupt!‘ (2013) di Thomas Mars e compagni. E’ comunque un bel salto per il trio nordirlandese, che non era più riuscito a scrivere canzoni che nel cuore dei fan potessero spodestare i singoloni dell’esordio come ‘What You Know‘, ‘Something Good Can Work‘ e ‘Undercover Martyn‘. La rodata formula stava cominciando a tirare un po’ la corda, era necessario un rinnovamento: “Questo nuovo disco suona come dei Two Door Cinema Club che in realtà non avete mai sentito prima, ma è questo il bello“, assicura Trimble.

E’ in effetti vero che così electro e soul/funky Alex e soci non avevano mai suonato. ‘False Alarm‘ è senza dubbio il loro LP più riuscito dopo quel ‘Tourist History‘ (2010), è un lavoro molto allegro, divertente e fresco, grazie a cui non si smette mai di ballare, dalla prima fino all’ultima traccia. E’ un’uscita che non non riesce però a dare una nuova caratterizzazione ai Two Door Cinema Club, bravi nel risultare ancora una volta accattivanti ma orfani di una specificità che, sebbene non marcata, avevano sempre avuto. La sostanziale eliminazione delle chitarre li ha portati in territori molto frequentati, non è un caso che siano il tocco di krautrock dell’ottimo singolo ‘Satellite‘ e il punk-funk di ‘Dirty Air‘ a elevarsi dal resto del lotto. La sensazione è che il quarto album in carriera del trio inglese sia il classico disco molto gradevole, ma di quelli che possono essere rapidamente rimpiazzati dal primo disco altrettanto gradevole che dovesse capitare sottomano.

VOTO: 🙂