Vampire Weekend: ‘Father Of The Bride’ (Sony, 2019)

Genere: apero-pop | Uscita: 3 maggio 2019

Nella parte bassa della copertina del nuovo album dei Vampire Weekend campeggia in bella evidenza la scritta “Sony Music“. E’ uno dei cambiamenti più rilevanti per la band di Ezra Koenig, rimasta un trio dopo la fuoriuscita di colui che era una sorta di produttore interno al gruppo, Rostam Batmanglij. ‘Father Of The Bride‘ è il primo LP senza di lui, anche se il carattere amichevole della separazione ha fatto sì che collaborasse a un paio di canzoni ancora (‘Harmony Hall‘ e ‘We Belong Together‘). Il quarto album in carriera della band newyorkese è anche il primo con una major, la Sony appunto: gli scorsi tre, tutti ottimi dischi, erano stati distribuiti dalla indipendente XL Recordings.

Ezra si è dunque trovato al cospetto delle alte aspettative di una label così importante senza il collega più fidato e stimato. Può essere una delle ragioni del lungo periodo intercorso, sei anni esatti, tra il precedente ‘Modern Vampires Of The City‘ (2013) e questo nuovo lavoro. E’ evidentemente stato necessario ricalibrare un po’ di cose, dopo attente riflessioni su come procedere intervallate da diverse incombenze di cui occuparsi: la produzione di una serie televisiva di Netflix a cartoni animati (‘Neo Yokio‘), un programma radiofonico su Beats1 (‘Time Crisis‘), collaborazioni con Beyoncé e Kanye West, e soprattutto un figlio, Isaiah, nato lo scorso agosto dalla relazione con l’attrice Rashida Jones, sua fidanzata storica.

Per colmare il vuoto lasciato da Rostam, Koenig si è circondato di collaborazioni come neanche una popstar di grido: otto co-produttori, sedici ingegneri del suono, nove co-autori e due featuring, tra cui Danielle Haim, Steve Lacy de The Internet, Dave Macklovitch dei Chromeo e Mark Ronson. Anche la scaletta è diventata una sorta di chi più ne ha più ne metta, con ben 18 tracce per quasi un’ora di durata. Difficile ipotizzare un tale dispiegamento di forze se questo disco fosse stato ancora appannaggio della XL. Difficile anche pensare a una resa così limpida e pulita, all’eliminazione quasi totale delle chitarre elettriche, all’estrema semplificazione delle melodie e dei riff a esse associati.

Cominciamo con il dire che il capo dei Vampire Weekend le canzoni le sa comunque ancora scrivere. ‘Father Of The Bride‘ è un disco che a ragione si può definire gradevole, ideale per un aperitivo con un mojito in mano e una collana di fiori al collo: pezzi come ‘Harmony Hall‘, ‘This Life‘, ‘Big Blue‘ e ‘Rich Man‘ sarebbero, per l’occasione, ideali. C’era però qualcosa in più nei tre LP precedenti, ed è ciò di cui in questo doppio album si sente la mancanza. Non si tratta soltanto dell’assenza dell’asprezza elettrica delle chitarre, che andava a bilanciare perfettamente quelle zuccherossisime melodie che sono un po’ un trademark di Koenig. In tutte le 18 tracce del disco, nella prima metà (più orecchiabile) come nella seconda (un pochino più audace) vi è una comune rinuncia a tutto ciò che aveva dato al collettivo newyorkese specificità e spessore. E’ come se Ezra avesse avuto in animo di non dispiacere nessuno, come se la sua rinnovata ambizione fosse l’apprezzamento dal maggior numero possibile di utenti delle piattaforme streaming. E’ indicativo, a proposito, che proprio il comunicato stampa di Sony descriva testualmente il disco come costituito da “canzoni che trovano facilmente posto in qualsiasi playlist (per la radio, la tv, le colonne sonore, gli aeroporti etc.)“.

Era probabilmente questo l’obbiettivo dell’intero progetto ‘Father Of The Bride‘, la ragione del contratto con la major: rimuovere le ultime restanti barriere tra una band alternative-pop e il pubblico generalista che orienta le chart. E’ chiaro come, in un tale contesto e senza più il proprio miglior consigliere, a rimetterci sia stata la componente alternativa, e a sussistere solamente quella popolare. La scelta di produttori estemporanei come Dave 1 dei Chromeo e BloodPop (uno che abitualmente lavora per star come Justin Bieber e Madonna), o di una vocalist non certo carismatica come Danielle delle Haim (con tutto il ben di dio che la scena indie-folk americana sta producendo negli ultimi anni) sono assolutamente indicative. L’assenza di Rostam si nota anche nella scarsa selezione esercitata su una scaletta in cui c’è molto di ridondante (al decimo brano si ha la stessa sensazione che si può provare nell’addentare una fetta di torta Sacher imbevuta nella cioccolata calda) e parecchio di evitabile (la terribile ‘Bambina‘, l’electro-folk da Al Bano e Romina di ‘Married In A Gold Rush‘). Anche quando Ezra cerca di fare qualcosa di diverso, la levigatissima produzione da cartoon di questo disco impedisce di ambire a una qualunque forma di credibilità (come in quella specie di etno-rock che è ‘Simpathy‘, nei due brani jazz-wannabe con Steve Lacey, nel tremendo utilizzo del vocoder in ‘Spring Snow‘).

Insomma, al quarto capitolo i Vampire Weekend rifilano la delusione, che è di quelle grosse perché proviene da qualcuno di cui si ha molta stima. E lo è, una delusione, perché una band dalla spiccata personalità è stata come anestetizzata dalla deliberata scelta di diventare popular, perché si percepisce chiaramente l’incertezza e la scarsa convinzione nella direzione intrapresa, perché in questo disco non c’è nessun brano all’altezza di ‘A-Punk‘, ‘Cape Cod Kwassa Kwassa‘, ‘Oxford Comma‘, ‘Diane Young‘, ‘Ya Hey’, ‘Unbelievers‘, ‘Holiday‘, ovvero di tutto quanto aveva reso i Vampire Weekend uno dei gruppi più importanti e influenti degli ultimi 10 anni.

VOTO: 🙁