Working Men’s Club: ‘Working Men’s Club’ (Heavenly, 2020)

Genere: (post)punk-funk | Uscita: 2 ottobre 2020

Non sembra essere il posto più divertente del mondo Todmorden, piccola cittadina di meno di 15.000 abitanti in mezzo a poco e nulla sulla ‘cima’ dei monti Pennini, che in realtà sono delle colline. Burnley, Preston, Blackburn, Huddersfield, i centri urbani più vicini, sono noti più per le locali formazioni calcistiche, in frequente rimbalzo tra Premier League e Championship, che per le attrattive socio-culturali. Non dev’essere stato facile, per un giovane intraprendente ed estroso come Syd Minsky-Sargeant, crescere imprigionato in una tale assenza di stimoli. Formare una band era una delle poche alternative possibili, e un mini-tour dei pub del West Yorkshire l’unico modo per farsi notare. I neonati Working Men’s Club ci riuscirono con la Melodic Records, piccola etichetta che poco più di un anno e mezzo fa ha pubblicato il loro primo singolo ‘Bad Blood‘, brano da classica guitar-band inglese affascinata da quanto accaduto in passato. Finto nella playlist di BBC 6music, convinse la più nota Heavenly Recordings a puntare su di loro, e a indirizzarli su un percorso che ha portato a questo album di debutto.

Un tragitto non lineare, se è vero che in così poco tempo Minsky-Sargeant ha decisamente corretto la direzione musicale della sua band, conducendola anche a una rivoluzione della line-up di cui è l’unico sopravvissuto. 808 State, Jeff Mills, Soulwax e la collezione dei dischi afro-beat del padre lo hanno portato “a pensare a più componenti che una semplice chitarra“, con l’ingresso di corposi sintetizzatori nel proprio suono e la sostituzione del batterista con una drum-machine. I suoi esperimenti casalinghi sono diventati quel frenetico continuum che si può udire nell’omonimo debutto di quello che, almeno per il momento, è un quartetto. Qualche hanno fa sarebbe probabilmente stato inserito nel calderone del punk-funk, e in effetti con Rapture e LCD Soundsystem ha in comune l’attitudine al dancefloor, ma i Working Men’s Club pescano più nitidamente tra fine ’70 e inizio ’80, e Joy Division/New Order, Fall e Human League hanno piena cittadinanza nelle 10 tracce della scaletta, così come i ’90 del rock acidamente ballabile della fu MadChester, oltre alla storia della house, da Detroit alla disco italiana. In questo senso, dichiaratamente ispirante e dunque fondamentale è stato l’apporto del produttore Ross Orton, che ha letteralmente preso per mano il giovane frontman indicandogli la giusta via per miscelare tutto quanto.

Ed è probabilmente per questo che ‘Working Men’s Club‘ (in quanto album) suona così maturo e completo, certamente debitore di un illustre passato ma allo stesso tempo fresco e contemporaneo. Non secondaria la ‘presenza scenica’ di Minsky-Sargeant, che sebbene si possa per il momento avvertire in maniera indiretta nei solchi del disco, emerge come fondamentale nell’economia di questi brani. L’attuale impossibilità di esibirsi dal vivo, che ha probabilmente ritardato l’uscita di un LP molto atteso, nuoce ancor di più a una band che in patria è già nota per essere molto coinvolgente nella propria versione live. Questo lavoro, registrato in modo che trasmetta nitidamente quelle vibrazioni, ne dà un corposo assaggio, dagli oltre 6 sincopati minuti dell’iniziale e potente ‘Valleys‘ sino alla dilatatissima coda finale del closerAngel‘. ‘White Rooms & People‘, ‘Tomorrow‘ e ‘Teeth‘ sono altri rimarchevoli esempi di un rock ‘n’ roll ritmato e avvolgente, un bell’attestato di personalità che va a comporre uno degli esordi più interessanti dell’anno.

VOTO: 😀



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