A Place To Bury Strangers: ‘Pinned’ (Dead Oceans, 2018)

L’ultimo concerto degli A Place To Bury Strangers che il sottoscritto ebbe la fortuna di vedere (o meglio, sentire) fu una sorta di annullamento di due dei cinque sensi. La vista, perché la band newyorkese seguitò tutto il tempo a buttare fumo sul pubblico da un’apposita macchinetta neanche si fosse a una festa per teenager negli anni ’90, e l’udito, perché il muro di rumore fu quasi insopportabile per le povere orecchie di chi vi scrive. E’ sempre stata questa la prima ossessione di Oliver Ackerman, il rumore. La seconda, gli anni ’80 più alternative. Oliver ha passato tutta una carriera, giunta al quinto album in 11 anni, a cercare di far coesistere il rumore con gli anni ’80 più alternative.

Pinned‘ non è un’eccezione, e ha come unico elemento di novità l’ingresso nel gruppo di una nuova batterista, Lia Simone Braswell, che in qualche brano fa anche le seconde voci. Per il resto gli APTBS lavorano di distorsioni e amplificatori come se non ci fosse un domani, e anche come non ci fosse un ieri. Noi che invece ieri c’eravamo, apprezzeremmo volentieri qualche variazione sul tema. Invece niente, il basso incalza come si fosse negli anni ’80 dei New Order, le atmosfere sono cupe come si fosse negli anni ’80 di ‘Pornography‘, la voce viene coperta dalle chitarre come si fosse negli anni ’80 dei Jesus And Mary Chain. Insomma, Oliver Ackerman non va a pescare molto lontano da dove aveva già buttato l’esca, e il risultato è un disco sì dignitoso, ma che si limita ad essere revivalista e autoreferenziale, e, in un certo senso, anche rassicurante nella sua imperterrita riproposizione della medesima formula. L’esatto opposto di quello che tutto questo rumore vorrebbe essere.

VOTO: 😐



 

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