Andrew Bird: ‘My Finest Work Yet’ (Loma Vista, 2019)

Genere: art-folk | Uscita: 22 marzo 2019

Andrew Bird è uno che di musica ne ha masticata parecchia. Costretto a studiare violino (per giunta con il metodo Suzuki) sin da quando aveva quattro anni, a 23 poteva già vantare un bachelor degree in violin performance. Non fu l’unico traguardo raggiunto quell’anno: il 1996 fu anche la stagione del suo esordio solista, ‘Music Of Hair’, primo LP di una lunga serie, che con questo ‘My Finest Work Yet’ giunge al dodicesimo episodio.

In maniera più matura ed eclettica (l’amato/odiato violino non è più così centrale nelle sue composizioni) Andrew seguita a evidenziare la propria passione per folk, blues e jazz come in quel debutto di 23 anni fa, quando aveva esattamente la metà degli anni che ha oggi. Il Bird attuale è decisamente più diretto, persino nella titolazione, che è un’evidente dichiarazione d’intenti. “Finest” è una parola che in inglese ha diversi significati, e il musicista originario dell’Illinois pare alludere a ognuno di essi: è questo un disco “bello” da ascoltare perché estremamente orecchiabile (forse il più orecchiabile della sua carriera), “elegante” come da curriculum e tradizione, ma anche “puro”, grazie alla scelta, inusuale per lui, di registrarlo in presa diretta.

La volontà di essere così fine (pronunciato all’inglese), è forse anche il limite di questo disco. Al netto della bravura e dei virtuosismi di Andy e della sua band, molte canzoni appaiono melodicamente troppo prevedibili (‘Olympians‘, Fallorun‘, ‘Proxy War‘), tanto da regredire anonimamente a un folk piuttosto ordinario (‘Manifest‘, ‘Bellvue Bridge Club‘). Bird sembra inoltre più che mai deciso ad anteporre la forma alla sostanza (‘Archipelago‘, ‘Don The Struggle‘), finendo per non rispettare la distanza di sicurezza dal mero esercizio di stile. Al contrario del suo titolo, dunque, ‘My Finest Work Yet’ non mostra alcun superlativo e, sostanzialmente, non suscita sufficiente interesse per un ascolto reiterato.

VOTO: 😐