Billie Eilish: ‘When We All Fall Asleep, Where Do We Go?’ (Interscope, 2019)

Genere: alt-pop | Uscita: 29 marzo 2019

La famiglia felice immortalata in questa foto si chiama O’Connell: pare uscita da una sit-com americana, e in realtà i genitori, Maggie Baird e Patrick O’Connell, in qualche sit-com ci devono aver sicuramente recitato, dato che entrambi sono attori dal discreto curriculum. I figli, Billie e Finneas, hanno invece una spiccata predilezione per la musica: mantenendo saldo il vincolo parentale si sono occupati, esclusivamente insieme, di ‘When We All Fall Asleep, Where Do We Go?‘, l’album d’esordio di lei, il cui nome completo è Billie Eilish Pirate Baird O’Connell ma che è conosciuta più brevemente come Billie Eilish.

Billie è ancora minorenne (arriverà ai 18 a dicembre), ma fa musica da circa quattro anni, lasso temporale in cui ha guadagnato 15,8 milioni di follower su Instagram con un trend di oltre 200 mila al giorno, oltre ad aver venduto 7,3 milioni di dischi in tutto il mondo. Non c’è nessun programma della Disney dietro il suo successo, c’è semplicemente una canzone messa su Soundcloud nel 2015, a cui poco dopo è stato associato un video in cui balla con la coreografia della sua insegnante di danza. ‘Ocean Eyes‘ non ha nulla a che vedere con quanto Billie fa adesso, ma l’estremismo pop del pezzo l’ha aiutata a guadagnare i succitati proseliti social.

Tra ciò che colpisce di ‘When We All Fall Asleep, Where Do We Go?‘ vi è per l’appunto l’evoluzione artistica della giovane, a cui fondamentale contributo è dato dal fratello maggiore (ma solo di quattro anni, lui ne ha 21). Un’evoluzione che, con quei numeri, non sarebbe stata assolutamente necessaria: Billie avrebbe potuto continuare a proporre le stesse languide canzoncine adolescenziali da wannabe Christina Aguilera, e i suoi dischi li avrebbe venduti comunque. Cosa la abbia portata a escogitare un debutto come questo non è dato sapere, ma visto il risultato è doveroso occuparsene, perché ciò che ha fatto la popstar californiana è la vera essenza dell’essere indipendente in musica.

Niente Mark Ronson, niente Greg Kurstin, niente Jack Antonoff, neanche una telefonata a Jay Z. Con il potere acquisito dai follower Billie avrebbe potuto godere dei servigi di tutti loro anche congiuntamente, e invece si è accontentata del fratello, che peraltro ha un’importanza almeno pari a lei nella composizione e nell’addobbo delle sue canzoni. E’ lui ad avergli dato un suono, che è minimale e cupo, a tratti pure un po’ gotico, ma soprattutto che è l’esatto opposto delle ricchissime, coloratissime e levigatissime produzioni di pop commerciale. Insomma, Billie e Finneas hanno fatto esattamente ciò che volevano fare, infischiandosene di tutto e tutti, senza scendere ad alcun compromesso. Unicamente lei e lui, costantemente insieme, amalgamati come solo due fratelli possono essere.

When We All Fall Asleep, Where Do We Go?‘ potrebbe anche diventare un disco di svolta per il pop da classifica, proprio perché non è pop da classifica. E’ anche difficilmente definibile, mischia electro, hip-hop ma pure un certo cantautorato, quello che con una chitarra acustica diventerebbe folk, passando anche per trip-hop e dream-pop. A livello di scrittura sono proprio i brani più introspettivi a convincere, come ‘8‘, ‘When The Party’s Over‘, ‘I Love You‘ e ‘Goodbye‘, robe che da sole valgono l’intera discografia di una Lana Del Rey qualsiasi. A livello di produzione non si può non essere attratti dai bassi pesanti e secchi di ‘Bad Guy‘, ‘You Should See Me In A Crown‘ e ‘Bury A Friend‘ o dalla minimal-disco di ‘Ilomilo‘. Ci sono anche cose un po’ più ingenue (‘All The Good Girls Go To Hell‘, ‘My Strange Addicition‘) e melense (‘Wish You Were Gay‘), siamo sempre parlando di una teenager e del fratello appena ventenne, ma è impossibile non intravedere le stimmate dei predestinati in questo disco, che mostra un eclettismo davvero sorprendente sia dal punto di vista dell’interpretazione di lei che delle architetture sonore di lui. Abbandonate dunque i preconcetti, un album sedicentemente pop all’anno lo si può anche ascoltare. Per il 2019 deve essere assolutamente questo, perché capace di sorprendere a tal punto da mettere in discussione le certezze che tutti noi abbiamo (avevamo?) sulla musica che sale in vetta alle chart.

VOTO: 😀