Marika Hackman: ‘Any Human Friend’ (Virgin EMI, 2019)

Genere: indie-pop | Uscita: 9 agosto 2019

Da bambina, a Marika Hackman era proibito guardare troppa televisione. I genitori preferivano che i figli si dedicassero ad altre attività creative, e le fecero prendere lezioni di piano, sin da quando aveva 4 anni. Fu un’intuizione azzeccata: la giovane si rivelò decisamente portata per la materia, tanto che a 10 anni cominciò a suonare basso e batteria, e a 12 la chitarra. Ancora teenager, insieme alla compagna di scuola e futura modella Cara Delavigne fondò la sua prima band, The Clementines, dove era batterista. La svolta arrivò però quando aveva da poco passato i 20 anni: Charlie Andrew degli Alt-J si accorse di lei e le produsse il primo mini-album, ‘That Iron Taste‘ (2013), che la portò a esordire sulla lunga distanza soltanto due anni dopo: ‘We Slept at Last‘ (2015) la fece prepotentemente inserire tra le nuove promesse della scena indie-folk inglese.

Marika, però, è una a cui non piace essere catalogata, tantomeno crogiolarsi in una qualsivoglia comfort zone. Così, il seguente ‘I’m Not Your Man‘ (2017) si rivelò tutt’altra cosa: meno prevedibile, più rumoroso, certamente rivelatore di un talento eclettico e sempre in fermento. Rispetto all’alt-rock del sophomore, anche questo nuovo ‘Any Human Friend‘ è altra cosa. Più pop che rock, più ’80 che ’90, con meno chitarre, più synth e soprattutto senza sottintesi. A livello testuale, è certamente il disco in cui la Hackman giunge alla piena consapevolezza di sé, prima di tutto riguardo la propria sessualità. Sotto la coltre di impudicizia (titoli espliciti come ‘Blow‘, ‘Hand Solo‘, ‘Conventional Ride‘) c’è però la sofferenza e la frustrazione date dal termine della sua relazione con Amber Bain aka The Japanese House. E’ dunque una Marika che si vuole mostrare per quello che è, come del resto avviene in copertina, con ironia e profondità. Il pop alla Blondie del riuscitissimo singolo singolo ‘The One‘ (in cui fa da contraltare un coro punk che le urla: “You’re such an attention whore!“) fa il paio con i mutandoni e il maiale della cover, che ben rappresentano anche un brano solo apparentemente romantico come ‘All Night‘ (“We never have to talk … We go down on one another … You’re my favorite kind of lover“).

Sono in definitiva fondamentalmente due i risultati conseguiti da ‘Any Human Friend‘: inanellare una serie di ottime canzoni, spesso godibilmente catchy (specialmente ‘The One‘, ‘Blow‘, ‘Hand Solo‘ e ‘Come Undone‘), e togliere un impolveratissimo velo di ipocrisia da un modo di amarsi tra donne che non è esattamente quello narrato dai media. E’ proprio il contrasto tra le melodie della Hackman, spesso anche eteree (‘Send My Love‘, ‘Hold On‘, ‘Any Human Friend‘), e la cruda fotografia delle sue performance private che caratterizza questo disco, differenziandolo parecchio dalle proposte musicalmente affini.

VOTO: 🙂