Rolling Blackouts Coastal Fever: ‘Hope Downs’ (Sub Pop, 2018)

Fran Keaney, Joe White e Tom Russo si conoscono dai tempi del liceo. Nonostante tutti e tre cantino, suonino la chitarra e sappiano scrivere le canzoni, hanno sempre militato nelle stesse band, senza mai prendere in considerazione l’idea di guadagnare maggiore visibilità in proprio. Nel 2013, riuscirono finalmente a trovare il bassista e il batterista che facevano per loro: rispettivamente il fratello di Tom, John, e il coinquilino di Joe, Marcel Tussie. Cominciarono a suonare frequentemente in giro per Melbourne (dove sono cresciuti), nei pub e persino in alcuni negozi. Avevano una loro sala prove dove avevano iniziato a mettere insieme le prime canzoni, e dopo un singolo pubblicato in formato frisbee (!) arrivò il primo EP, ‘Talk Tight‘, che attirò le attenzioni della Sub Pop. ‘The French Press‘, l’EP dell’anno scorso, già faceva intravedere le potenzialità di una band che potremmo tenere nei nostri dispositivi di riproduzione musicale a lungo.

Tutti quegli anni a suonare insieme hanno permesso ai Rolling Blackouts Coastal Fever di perfezionare un’intesa che è essenziale per il suono costruito dal quintetto australiano: ci sono le chitarre dei tre leader che continuamente si incrociano e si rincorrono, in una particolarissima versione jangle-pop che però non va a parare esclusivamente nell’eredità degli Smiths o dei connazionali Go-Betweens. Il fatto di avere tre songwriter nel gruppo amplia enormemente le possibili soluzioni, così il quintetto si muove con un’agilità che appare innata tra indie-pop e rock, punk, alt-country, post-punk, new wave, surf e garage, riuscendo costantemente a mettere il risalto un suono che gli è caratteristico. Pregio dei Rolling Blackouts Coastal Fever è infatti quello di fare riconoscere sé stessi più che permettere di riconoscerne le influenze, e questa è peculiarità delle grandi band. Ma quello che eleva Fran, Joe, Tom e compagni è un’abilità melodica che, almeno nelle guitar-band di recente formazione, è più unica che rara. Al netto dei paragoni stilistici i RBCF, per come riescono a far appiccicare le loro canzoni alle orecchie di chi le ascolta, si possono accostare ai primi REM o ai Phoenix quando si fanno meno funky. Ci sono brani assolutamente sopra la media come ‘Talking Straight‘, ‘Mainland‘, ‘Exclusive Grave‘, ‘Time In Common‘, che in un momento storico diverso sarebbero diventati dei classici e ce li saremmo ritrovati per una decina di anni nelle scalette dei club indie. Per chi, dai tempi di Strokes e Libertines, attendeva una nuova band con le chitarre di cui innamorarsi, forse è arrivato il momento tanto sospirato.

VOTO: 😀



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