Toy: ‘Happy In The Hollow’ (Tough Love, 2019)

Genere: psych-rock | Uscita: 25 gennaio 2019

E’ uno sforzo realmente collettivo il quarto album dei Toy, e anche “quello a cui ci sentiamo più connessi“, dicono loro nella press-release. ‘Happy In The Hollow‘ è infatti il primo LP del quintetto di Brighton prodotto in autonomia, senza l’ausilio di esterni: “Ogni canzone era come una tela vuota. Alla lunga i produttori sviluppano inevitabilmente i loro percorsi, questa volta siamo potuti partire da zero e creativamente è stato molto appagante“. La condivisione non si è limitata alla fase di scrittura e architettura dei brani: Tom Dougall è sempre il lead vocalist ma non per tutte le tracce in scaletta, le cui parti vocali sono assegnate a turno anche ad altri membri del gruppo.

Questo nuovo album è certamente anche una discreta rottura col passato: terminato l’accordo con la Heavenly Records i Toy sono passati alla Tough Love, e contestualmente hanno scelto una formula diversa dai loro primi tre lavori, allontanandosi dal loro trademark che fondamentalmente miscelava la psichedelia con krautrock e shoegaze, per una formula meno incalzante e melodicamente più delicata, tra i Beatles periodo ‘Magical Mistery Tour‘ e gli Spiritualized meno irruenti. Le complesse trame strumentali sono sempre presenti, ma il tiro è stato volutamente allentato e l’elettrico a volte è persino sostituito dall’acustico (come nello strumentale ‘Charlie’s House‘).

Far coincidere una seppur moderata sterzata stilistica con l’assenza di una produzione esperta, che avrebbe potuto meglio organizzare le nuove idee, si è rivelato però un errore: sono diversi i brani, soprattutto nella parte centrale della tracklist (‘Last Warmth Of The Day‘, ‘The Willo‘, ‘Jolt Awake‘) in cui le composizione si fanno eccessivamente prolisse e vengono private del consueto mordente, quello che in passato riusciva a tenere le orecchie dell’ascoltatore incollate a ogni ondulazione dei loro tracciati sonori. Quando la sezione ritmica riprende a fare il proprio dovere, difatti, come in ‘Energy‘ e ‘Mechanism‘, si ha una riedizione dei vecchi Toy che continua a mostrarsi intrigante. Proprio in quest’ultima traccia citata si ha la migliore versione del loro nuovo corso, così come nell’opener ‘Sequence One‘ e nella conclusiva ‘Move Through The Dark‘, anch’esse caratterizzate da linee di basso che ritornano incalzanti e da stratificazioni nuovamente corpose. Purtroppo, però, ciò avviene solamente in poco meno della metà dei pezzi, nell’altra la sensazione è quella di una formula non ancora affinata, che incontra diversi momenti di impasse, e che cerca di superarli rifugiandosi in un manierismo che produce ovvietà (‘Mistake A Stranger‘, ‘Strangulation Day‘, ‘You Make Me Forget Myself‘). Sono tutti fattori che portano questo disco a palesarsi come il meno riuscito dell’ancora giovane discografia del collettivo inglese.

VOTO: 😐



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