La Top 5 dell’anno: 2002

In ‘Alta Fedeltà’, il romanzo più celebre di Nick Hornby, il protagonista, proprietario di un negozio di dischi, era solito ‘giocare’ con i propri dipendenti/amici nel redarre alcune classifiche, composte solamente da cinque posizioni, sugli argomenti più disparati. Ovviamente, grande spazio avevano quelle musicali. Analogamente, e anche in quanto colta citazione (tutti voi, se non l’avete già fatto, dovreste leggere ‘Alta Fedeltà’), si è pensato di fare un analogo giochino a proposito degli LP pubblicati negli ultimi 24 anni. Ovviamente sono classifiche che non hanno alcuna pretesa di avere un valore assoluto, ma vogliono essere soltanto un modo per ricordare i bei tempi andati e alcuni album che hanno fatto la storia recente.


1. Queens Of The Stone Age: ‘Songs For The Deaf’ (Interscope, 2002)

L’eccezionalità di questo disco la si può intuire scorrendo la line-up che rese per l’occasione i Queens Of The Stone Age un vero e proprio super-gruppo: Dave Grohl alla batteria, Nick Oliveri (per l’ultima volta nella band) al basso, Mark Lanegan vocalist aggiunto. L’idea di Josh Homme fu quella di un concept album ispirato dai suoi road trip nel deserto (per questo motivo tra un brano e l’altro vi sono frequenti interruzioni di un’autoradio): ispirati da ciò, Homme e Oliveri raggiunsero il loro apice compositivo, mai più replicato individualmente. La psichedelica attitudine melodica di Josh amalgamata con l’impetuosa veemenza alt-metal di Nick crearono un unicum che il frenetico drumming di Grohl e il carisma di Lanegan portarono su un livello di assoluta superiorità. ‘Songs For The Deaf‘ è un album perfetto in ogni suo passaggio, e divenne il definitivo sdoganamento al grande pubblico sia degli stessi QOTSA che dello stoner-rock come genere. Highlight è ‘No One Knows‘, brano indimenticato e indimenticabile, ma anche ‘First It Giveth‘ e ‘Go With The Flow‘ non sono da meno.


2. Notwist: ‘Neon Golden’ (City Slang, 2002)

Stavano insieme dal 1989 i Notwist, formatisi nella periferia di Monaco di Baviera come band fieramente rock, addirittura vicina a punk e metal. Da fine ’90 avevano però cominciato a sperimentare nuovi suoni, grazie all’influenza che i Lali Puna, altro collettivo bavarese di cui il frontman Markus Acher faceva parte, avevano esercitato su di lui. In particolare lo portarono a interagire con un’elettronica essenziale ma allo stesso tempo emotivamente coinvolgente, che Markus trasferì convintamente nel suo progetto principale. Spinse molto in questa direzione anche l’ultimo arrivato nel gruppo, il ‘programmatore’ Martin Gretschmann, fondamentale per la creazione di tappeti digitali che andarono perfettamente ad amalgamarsi con le parti suonate. ‘Neon Golden‘ fu il primo grande esempio di ciò che in quegli anni veniva definito indietronica, ovvero la campiuta interazione tra rock alternativo ed elettronica accessoriata di una particolare sensibilità pop. ‘Pilot‘ è uno dei brani manifesto del genere, ‘Pick Up The Phone‘ e ‘Consequence‘ sono due ballate semi-sintetiche che seguitano tutt’ora a fare battere forte il cuore.


3. Interpol: ‘Turn On The Bright Lights’ (Matador, 2002)

Il revival post-punk ancora oggi in pieno svolgimento ebbe una precisa data di inizio: il 20 agosto 2002, giorno in cui uscì ‘Turn On The Bright Lights‘, l’album d’esordio di una emergente band newyorkese chiamata Interpol. Si trattava chiaramente di un disco derivativo, tale era la somiglianza della voce del frontman Paul Banks con quella di Ian Curtis, e tanto le linee di basso di Carlos Dengler somigliavano a quelle di Peter Hook. Era però una magnifica derivazione, che arrivava persino a migliorare l’originale e che comunque si distingueva per un suono più sontuoso e meticolosamente curato rispetto al modello Joy Division, con le chitarre di Daniel Kessler che portavano a bordo anche un po’ di shoegaze. Analoga, invece, la forza empatica e comunicativa, ravvisabile esemplificativamente in brani come ‘Obstacle 1‘, ‘PDA‘, ‘Say Hello To The Angels‘ e ‘Stella Was A Diver And She Was Always Down‘.


4. Libertines: ‘Up The Bracket’ (Rough Trade, 2002)

La risposta inglese agli Strokes non poteva tardare ad arrivare: ci volle poco più di un anno perché i Libertines andassero a riempire il vuoto, proponendosi come i più seri competitor del quintetto newyorkese. Potevano vantare due frontman e songwriter di grande personalità e immenso talento come Carl Barat e Pete Doherty, dagli stili di scrittura diversi ma assolutamente compatibili. Il secondo, poi, a causa della vita sregolata e della liaison sentimentale con la top model Kate Moss, divenne anche oggetto di morbosa attenzione da parte dei tabloid. Il loro era un garage-rock essenziale ma estremamente pregnante, che pescava a piene mani nella tradizione British di Jam, Sex Pistols, Clash, Smiths, Pulp, tutto centrifugato con una propria particolare visione del mondo, dettata da una forte passione per la letteratura ma anche dal massiccio uso di droghe, soprattutto da parte di Doherty. Questo portò a scrivere canzoni come ‘Time For Heroes‘ e ‘Up The Bracket‘, autentici evergreen della storia più recente dell’indie-rock inglese.


5. Wilco: ‘Yankee Hotel Foxtrot’ (Nonesuch, 2002)

E pensare che la Warner si era inizialmente rifiutata di pubblicarlo, salvo poi cambiare idea e affidarlo alla propria sotto-etichetta Nonesuch. Sarebbe evidentemente stato un errore, perché ‘Yankee Hotel Foxtrot‘ è nel tempo divenuto l’album dei Wilco che ha venduto di più, oltre che quello che ha loro fornito la definitiva consacrazione. La band di Chicago andò al di là di ciò che era stata sino ad allora, realizzando un disco a suo modo sperimentale (“Il ‘Kid A’ dell’Americana“, lo definì qualcuno). Questo perché grande influenza su Jeff Tweedy, leader assoluto e incontrastabile del gruppo, la ebbe Jim O’Rourke, batterista dei post-rocker Tortoise e apprezzato produttore. O’Rourke fece capire a Tweedy che sarebbe stata ora di cambiare batterista, proponendo il virtuoso Glenn Kotche, ancora oggi parte fondamentale della band. Si prese poi la briga di mixare il disco, accendendo sulle canzoni scritte da Jeff, sempre piuttosto classiche, una nuova luce. Fulgido esempio di tutto ciò è l’opener ‘I Am Trying to Break Your Heart‘ con il suo ritmo irregolare; capolavoro assoluto (indipendentemente dall’arrangiamento) è invece ‘Jesus, Etc.‘, ballata emotivamente meravigliosa il cui testo si riferisce con evidenza agli attacchi dell’11 settembre.


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