L’italiano del mese: Giardini di Mirò, ‘Different Times’ (42 Records, 2018)

Genere: post-rock | Uscita: 30 novembre 2018

Erano davvero altri tempi, come direbbe Nonno Indie. Lo dicono anche i Giardini di Mirò, nuovamente in pista con un album di ‘canzoni’ (sebbene nel loro caso sia un termine non completamente calzante) che mancava dl 2012. Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora, per non parlare di quanto sia ormai distante il 2001, l’anno del loro primo LP (‘Rise And Fall Of Academic Drifting‘) e della più o meno definitiva sintetizzazione dell’attuale line-up. ‘Different Times‘, appunto, che è anche il titolo della biografia scritta da Marco Braggion che esce praticamente in contemporanea a questo disco, prodotto dal vecchio amico Giacomo Fiorenza.

Erano altri tempi per tutto ciò che può essere associato al concetto di “musica indipendente italiana“, per quelli che si potrebbero definire i valori che spingevano una band a realizzare un disco, per il percorso che si faceva prima di pubblicarlo. Sono un paio di ragioni per cui il ritorno dei Giardini di Mirò con nuove composizioni a fine 2018 ha, se possibile, ancora più significato. A ribadire che i ‘Different Times‘ non costringono per forza a cambiare idea per rimanere nel giro giusto, che il Forum di Assago non può essere obbligatoriamente l’obbiettivo finale di chi imbraccia una chitarra e comincia a fare musica.

La coerenza, la complessità, l’esperienza, l’autonomia creativa sono principi non più molto in voga che il quinto album (o il settimo, se si includono le sonorizzazioni di film) della band di Cavriago fa tornare assolutamente centrali, con un set di brani che ribadiscono, anche musicalmente, i capisaldi della loro musica. Parte come sempre dal post-rock il sestetto reggiano, ma forse mai come questa volta si orienta sulla forma-canzone (a parte l’opener nonché title-track), arrivando a realizzare il proprio LP più accessibile senza regredire nel convenzionale. Più Slowdive che Mogwai, in sintesi. Le collaborazioni, sempre decisive per un gruppo come il loro, portano a momenti di autentico giubilo, come per la bellissima ‘Hold On‘, in cui Robin Propper-Sheppard immette la propria esorbitante personalità, per il delicato ed elegante dream-pop di ‘Don’t Lie‘ con Adele Nigro aka Any Other, o per il rumore diffuso della conclusiva ‘Fieldnotes‘ con Daniel O’Sullivan (Ulver, Sunn O e tanti altri). Solo ‘Failed To Chart‘ con l’ex Piano Magic Glenn Johnson dà l’idea del breve esercizio di stile.

Different Times‘ è una sorta di compendio di quello che sono sempre stati, e probabilmente saranno, i Giardini di Mirò. Non ci sono fughe in avanti o dissertazioni in territori inediti, è in un certo senso un disco rassicurante, ma nell’accezione migliore del termine: ci mostra come ci sia ancora qualcuno che suona strumenti, architetta arrangiamenti, orchestra strati di suoni, compone ottime canzoni (i soli tre minuti di ‘Under‘, ad esempio), e così facendo tiene viva la speranza per “tempi” che possano realmente essere “diversi” da quelli attuali.

VOTO: 🙂



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