Painted Shrines: ‘Heaven And Holy’ (Woodsist, 2021)

Genere: psych-folk | Uscita: 5 marzo 2021

Jeremy Earl e Glenn Donaldson si conoscono da almeno una quindicina d’anni, entrambi innamorati della psichedelia, dei tamburelli e dei suoni lo-fi. Il primo ne ha dato splendida prova formando i Woods e fondando la Woodsist, label nelle cui uscite questi tre elementi sono pressoché costantemente inclusi. Il secondo ha fatto altrettanto con i più rumorosi Skygreen Leopards, per poi smussare gli angoli con i più melodici The Reds, Pinks & Purples. Dopo qualche comparsata di Glenn nei dischi dei Woods, nel 2018 l’invito è stato ricambiato, e Jeremy si è trovato ospite della sala prove di Donaldson, dove i due hanno iniziato a lavorare sulle canzoni che sarebbero divenute la scaletta di ‘Heaven And Holy‘, il loro primo LP congiunto sotto il moniker Painted Shrines.

È stato durante quest’ultimo anno di sospensione di ogni attività musicale aperta al pubblico che i due musicisti newyorkesi hanno potuto dedicare il proprio tempo alla rifinitura di un disco breve (29 minuti) ma intenso (12 tracce), a cui ha contribuito anche il bassista Jeff Moller dei Papercuts. Le parti vocali affidate a Earl portano subito quel calore confortante tipico dei dischi dei Woods, di cui molti brani potrebbero tranquillamente fare parte (‘Fool‘, ‘Moon Will Rise‘). Le canzoni dei Painted Shrines sono meno complesse strutturalmente e dunque più immediate, e danno principale spazio alla chitarra acustica. Il loro è un folk-pop psichedelico che ogni tanto flirta con il Dunedin sound neozelandese, e difatti la press-release cita Byrds e Clean come primi riferimenti.

Il risultato è squisito sin dal principio, con due zuccherini come ‘Saturates The Eye‘ e ‘Gone‘ che non possono che predisporre bene, proseguendo con qualche leggera variazione sul tema (l’indie-pop di ‘Painted Shrines‘, il jangle-folk di ‘Not So Bad‘) e un po’ di chitarra elettrica come antidoto a un’eccessivo candore (‘Soft Wasp‘, ‘Heaven And Holy‘). Anche i cinque strumentali fanno il loro dovere, non ponendosi come semplici interludi ma piuttosto come parti di un discorso sonoro molto coerente e convincente, che fa apparire i Painted Shrines ben più intriganti di un semplice side-project, e assolutamente godibili anche da chi non dovesse essere un fan acquisito dei Woods.

VOTO: 🙂



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