
🎵 Indie-folk | 🏷️ Dead Oceans, Inc. | 🗓️ 14 agosto 2026
C’è un po’ tutto il mondo di Phoebe Bridgers racchiuso nella sedici tracce di ‘Lost Weekend’: la scomparsa del padre (con cui, lo ammette lei stessa, aveva un rapporto controverso), le sue relazioni passate e presenti (l’attuale compagno, Bo Burnham, è co-autore e anche ispiratore di diversi brani), la band di cui fa parte (Lucy Dacus e Julien Baker, le altre due Boygenius, compaiono spesso ai cori), il team produttivo che l’ha sempre seguita (Tony Berg ed Ethan Gruska), al cui desk si aggiungono altre due collaborazioni illustri come quelle con Jack Antonoff e Alex ‘G’ Giannascoli. C’è l’amico Christian Lee Hutson a coadiuvarla ai testi, con ulteriori sporadici contributi, tra gli altri, di artisti del calibro di Maya Hawke, Conor Oberst, Damien Jurado, Mike Kinsella degli American Football, Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs, l’ex Black Country New Road Isaac Wood, Caroline Shaw, Meg Duffy alias Hand Habits, Justin Broadrick aka Jesu, Blake Mills e, sotto mentite spoglie, pure Cameron Winter dei Geese (con cui duetta in ‘I Can’t Wait’).
Anche per tutti costoro, il successore di ‘Punisher’ (2020) è un LP lungamente atteso, sia per la distanza temporale dal precedente, sia per l’hype generato dallo status di Phoebe stessa, grazie a ciò che ha pubblicato in passato ma anche alla figura pubblica che ormai è diventata, con i pro e i contro del caso. Una squadra così composita dà anche l’idea di quanto ambizioso sia un disco che pare chiaramente avere il compito di collocarla definitivamente in quell’immaginario collettivo che si trova al di fuori della scena indipendente. Registrata tra New York e Los Angeles, l’opera terza della cantautrice californiana ha avuto una gestazione altalenante, un po’ per le sue vicissitudini personali, un po’ per le numerose schedule da far combaciare. Gli interventi di due ulteriori produttori come Antonoff e Giannascoli hanno però fornito inedite sfaccettature a un suono già estremamente riconoscibile, quasi in compensazione tra di loro: più orientato alle grandi folle il primo, più raffinato e alternativo il secondo. Nei 53 minuti di ‘Lost Weekend’, del resto, c’è ampio spazio per tutto e tutti. Un suo pregio, tra così tante persone e ingredienti assai variegati, è non aver smarrito la strada tracciata dalla sua autrice, il cui indie-folk etereo, melodicamente avvincente e liricamente intrigante si presenta in una versione che potrebbe essere quella definitiva.
Nella corposa tracklist ci sono infatti sia le sue proverbiali aperture vocali, come nei ritornelli di ‘Lost Boys’, ‘Bobby’ e ‘Liberty Tree’, sia passaggi estremamente introspettivi, come nel caso di ‘The Outside’, ‘Kill Me’ e della title-track ‘Lost Weekend’, le cui armonie sono quasi disturbate da frequenti inserti elettronici e ambient. Rendono ancora meno prevedibile un lavoro che riesce, senza mai risultare scontato, a fare i conti con due predecessori così tanto noti (oltre a ‘Punisher’, anche ‘Stranger In The Alps’ del 2017), con atmosfere giocoforza più cupe rispetto a sei anni fa, e una musicista meno spavalda e più vulnerabile. Ma è proprio questa estrema intimità, che si crea con chi narra delle proprie storie di vita, uno dei punti di forza di un disco che, per quanto ritiene chi vi scrive, non fa che confermare Phoebe Bridgers come una degli artisti di punta della contemporaneità cantautorale. ‘Lost Weekend’ scongiura peraltro il pericolo della spersonalizzazione data da un affollato brainstorming collettivo, in questo caso assai differente da quelli tipici della musica che aspira ad algoritmi e classifiche: tutta la gente coinvolta ha prestato la propria opera specificatamente per lei. Ed è riuscita a far risplendere, se possibile, ancor di più la sua stella.
😀