Pond: ‘Tasmania’ (Marathon Artist, 2019)

Genere: psych-pop | Uscita: 1 marzo 2019

La Tasmania è una grande isola di più di 68.000 chilometri quadrati situata a sud dell’Australia, di cui fa parte. Vi vivono circa mezzo milione di persone, ed è possibile che in futuro ci vada a stare anche Nicholas Allbrook. Secondo il frontman dei Pond, infatti, sarà proprio la Tasmania l’ultimo luogo abitabile del pianeta, “prima che l’ozono se na vada via“. Ne è così convinto da dedicarvici un album, che in realtà è una sorta di visionario concept sui pericoli del global warming.

A pensarci bene, ‘Tasmania‘ è il secondo album politico dei Pond, erede di quel ‘The Weather‘ di un paio di anni fa che, dal canto suo, si concentrava sui rischi delle derive nazionalistiche, tema peraltro tristemente attuale in Oceania. Come per l’LP precedente c’è l’amico ed ex membro del gruppo Kevin Parker a dirigere le operazioni. Dev’essere una delle ragioni per cui il suono questo disco può essere paragonato a ‘Currents‘, l’album dei Tame Impala del 2016. Del resto, il tastierista (Jay Watson) si divide tra le due band, e analogamente a quel lavoro le chitarre sono praticamente sparite. Il raffronto è però valido solo in parte, e unicamente per alcuni brani: ‘Tasmania‘ è un’opera certamente più ostica, sebbene intenzionalmente più soft e pop (ad esempio nell’openerDaisy‘ e nella melliflua ‘Selené‘) rispetto a quanto i Pond avevano proposto nei sette album e dieci anni di carriera antecedenti.

E’ questo un disco che sarebbe molto piaciuto a Prince, perché accanto alla conclamata vena psichedelica, c’è un costante tocco funky a renderlo ammaliante, come nella daftpunkiana (con tanto di vocoder) ‘Sixteen Days‘ (curiosità: il testo è ‘ambientato’ a Genova). ‘Tasmania‘ però non è sempre così diretto, si dilata a piacimento come nella lunghissima (8 minuti) ‘Burnt Out Star‘, e pur mantenendo una facciata easy listening (la title-track è emblematica) attraversa momenti in cui è un po’ più arduo mantenere alta l’attenzione (‘Goodnight P.C.C.‘). Il particolare mix che lo caratterizza, che chiama in causa anche il Bowie spaziale (‘The Boys Are Killing Me‘, la succitata ‘Burnt Out Star‘) ma si sposta fino dalle parti del rhythm and blues più contemporaneo (‘Shame‘), è un’ulteriore prova di una creatività superiore. I Pond sono una band da troppo tempo imprigionata nell’ombra del più celebre progetto cugino; ad Allbrook e soci basterebbe soltanto un po’ più di concretezza, e la competizione con i Tame Impala potrebbe farsi davvero combattuta.

VOTO: 😀