Protomartyr: ‘Ultimate Success Today’ (Domino, 2020)

Genere: post-punk | Uscita: 17 luglio 2020

Se esiste un frontman nell’accezione più autentica del termine, questi è Joe Casey. Come conferma A. Savage dei Parquet Courts: “Tutto quello che fa sul palcoscenico è fantastico, ma non è quel qualcosa a essere eccezionale, lo è lui per ciò che è“. Joe è talmente importante nell’economia dei Protomartyr da scrivere ogni singola parola dei testi delle loro canzoni, generalmente dopo che i tre compagni gli hanno inviato le parti strumentali già finite via mail. È lui che sceglie i temi, sempre piuttosto cupi e disfattisti, su cui vertono le liriche degli album, ed è sempre lui che ne disegna le cover. In quella di ‘Ultimate Success Today‘, quinto LP dell’onoratissima carriera della band di Detroit, c’è un mulo: “Un animale che mi ha sempre affascinato, per come ti guarda, per il fatto che non possa avere figli e che sia storicamente sempre stato sfruttato“.

Il mulo della cover, nella fervida immaginazione di Joe, rappresenta il proletariato vessato da un capitalismo senza scrupoli, ma anche la condizione umana, destinata a esaurirsi con la dipartita dopo un’esistenza piena di sofferenze: “Everybody knows/ We’re holding on to little dreams/ To drive our bodies all down the line/ ’til there’s nothing left“, declama Casey in ‘Bridge & Crown‘, uno delle 10 rabbiose, disilluse e ruvide tracce che compongono la scaletta dell’ennesimo vigorosissimo attestato di personalità e carisma. Se Joe è l’emblematica rappresentazione di una band decisa a lasciare sempre e comunque il segno, si fa fatica a scegliere cosa preferire tra i vortici rumorosi creati dai riff di Greg Ahee, le vibranti linee di basso di Scott Davidson e il trasportante drumming di Alex Leonard.

I Protomartyr sono dunque un collettivo che è l’effettiva somma di quattro eccellenze, e ‘Ultimate Success Today‘ è l’ennesima concretizzazione di cotanto talento e di una così fervido ingegno creativo. Il post-punk, genere musicale di base non troppo emendabile, viene al contrario rinvigorito da una foga garage-rock (‘Processed By The Boys‘, ‘Michigan Hammers‘) tipica della città in cui la band è nata, e in questo particolare LP arricchito da collaborazioni che ne elevano ulteriormente il valore. Ci sono i sax di Jemeel Moondoc e Izaak Mills e il cameo vocale di Half Waif in ‘June 21‘, uno dei brani che più esulano dall’imperitura asprezza del loro suono. Ci sono anche alcune ballate che portano alla mente un po’ i National (‘The Aphorist‘) un po’ Cave (‘Worm In Heaven‘) a cambiare leggermente ma sensibilmente le carte in tavola in un disco che è una ostinata prosecuzione del discorso che il quartetto americano aveva cominciato otto anni fa, un’oratoria che seguita con immutato ardore e intramontabile maestria.

VOTO: 😀



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