Purple Mountains: ‘Purple Mountains’ (Drag City, 2019)


Genere: indie-folk | Uscita: 12 luglio 2019

E’ sempre sembrato un tipo strano David Berman, e non solo perché somiglia molto a Murray Bauman di ‘Stranger Things‘, personaggio che ci piace credere abbia ispirato. David è uno originale di suo: è costantemente fuggito dal successo, anche se estremamente di nicchia come quello dei suoi Silver Jews; ha sempre odiato farsi intervistare, e sicuramente non ha mai amato suonare dal vivo, vista la sporadicità delle sue esibizioni live. Eppure, almeno inizialmente, in band con lui c’erano Stephen Malkmus e Bob Nastanovich, suoi compagni di università protagonisti in un gruppo non di poco conto come i Pavement. A un certo punto, David ha persino annunciato il suo ritiro dalle scene. Così, da un momento all’altro, senza preavviso: “Credo sia arrivato il momento di andare oltre, comunque andare avanti. Ho 42 anni e so cosa fare. Sono uno scrittore. Ho sempre detto che ci saremmo fermati prima di peggiorare.

Fu con queste parole che, nel 2009, dopo sei ottimi album, Berman finì per mandare i Silver Jews in soffitta. Si mise a scrivere, soprattutto poesie, a leggere, a vivere serenamente (senza più dipendere dalle droghe) in quel di Nashville con la moglie Cassie. Fino a che, nel 2018, non si separarono. Si ritrovò senza una casa, senza più una band, ma con una manciata di canzoni scritte per sfogare la frustrazione della crisi con la compagna e combattere la depressione. Disse delle canzoni alla sua vecchia etichetta, la Drag City. La stima professionale e l’affetto personale per lo strambo cantautore spinse il fondatore, Dan Koretzky, a offrirgli una sistemazione, una piccola stanza nell’edificio della sede di Chicago. Aveva quantomeno un letto in cui dormire, un tetto sopra la testa e nessun affitto da pagare: poteva così concentrarsi sulle sue nuove composizioni, pensare solo alla musica.

Gli mancava solo una nuova band: non così difficile da trovare per uno come lui, per quello che avevano significato i Silver Jews per molti nerd americani tra metà ’90 e fine ’00. Scrisse una mail ai Woods, ovvero quanto di meglio possa offrire il psych-folk USA contemporaneo. Accettarono immediatamente, erano suoi grandi fan, diventando la sua backing band ma anche i suoi produttori: ecco che il progetto Purple Mountains poteva avere un inizio e intravedere un compimento, dopo il fallimento di un analogo tentativo con Dan Bejar (aka Destroyer) un paio di anni prima.

Non è certo un disco allegro, ‘Purple Mountains‘: oltre alla separazione da Cassie risente anche della scomparsa della madre, la parte buona della sua famiglia, essendo il padre, Richard Berman, un celebre quanto perfido lobbista senza scrupoli con il quale un animo fragile come quello di David non poteva avere nulla a che spartire. Per un ex tossicodipendente cronicamente depresso come lui, costantemente in slalom tra overdosi e pensieri suicidi, aver passato un periodaccio del genere potrebbe sarebbe potuto risultare fatale. Forse, però, la scelta di parlarne attraverso le sue nuove canzoni lo ha salvato. Titoli come ‘All My Hapiness Is Gone‘, ‘Darkness And Cold‘, ‘She’s Making Friends, I’m Turning Stranger‘, ‘I Loved Being My Mother’s Son‘, ‘Maybe I’m The Only One For Me‘ gli sono quantomeno serviti da valvole di sfogo, da strumenti per l’elaborazione dei suoi lutti.

Si tratta, soprattutto, di grandi canzoni. La produzione di Jarvis Taveniere e Jeremy Earl le ha portate, con l’assenso di David, su un terreno più agevole rispetto alle complicazioni, anche musicali, del suo passato. Quello dei Purple Mountains in quanto gruppo è un indie-country/folk molto classico, in cui la voce baritonale di David e le sue liriche sono al centro della scena, tutto quanto intorno sembra costruito a questo fine. E’ dunque un disco in cui sono i testi la parte importante, e che un ascolto distratto lo potrebbe liquidare come qualcosa di già sentito. Per apprezzare ‘Purple Mountains‘ in quanto album bisogna provare a entrare nella testa del suo autore, bisogna conoscerne la storia, bisogna ammirarne il talento creativo e compatirne la vena autodistruttiva. Solo allora si riuscirà a cogliere tutto quanto questo disco è capace di trasmettere.

VOTO: 😀