Sebadoh: ‘Act Surprised’ (Fire, 2019)

Genere: indie-rock | Uscita: 24 maggio 2019

A inizio anni 2000 Lou Barlow non aveva più nessun gruppo in cui suonare: buttato fuori dai Dinosaur Jr già nel lontano 1989, dopo ‘The Sebadoh‘ (1999) aveva terminato, almeno momentaneamente, anche la collaborazione con Jason Lowenstein e Rusell Pollard. Fu la reunion della prima della sue band, richiamato da quello stesso J Mascis che l’aveva licenziato 15 anni prima, a fargli tornare la voglia di interagire con altre persone. Così, oltre ad altri quattro album con l’amato/odiato capo-banda, Lou aveva riavviato anche l’attività del suo altro trio, quello in cui era lui il leader. ‘Defend Yourself‘ uscì nel 2013 senza troppi squlli, ma confermò che anche i Sebadoh avevano pieno diritto a tornare in pista.

A sei anni di distanza e dopo il ritorno a casa, in Massachusetts, per motivi personali, Lou ha richiamato il vecchio amico Jason, che già per l’LP precedente aveva fornito il batterista, Bob D’Amico, che aveva suonato con lui nei Fiery Furnaces. La rimpatriata si è completata a Northampton (sempre in Massachussetts), il luogo dove i Sebadoh avevano mosso i primi passi a fine anni ’80. Insomma, per ripartire, anche dal punto di vista personale, Barlow aveva bisogno dei suoi vecchi amici, dei suoi vecchi posti, della sua vecchia musica.

Potrebbe essere questa la ragione per cui ‘Act Surprised‘ suona più anni ’90 di un album degli anni ’90. I Sebadoh procedono più spediti che mai nelle 15 tracce in scaletta, tutte tra i due e i tre minuti e mezzo, come se fossero tornati ragazzini. Il fatto che abbiano 50 anni e non 20 non sembra loro interessare, ed è indubbio, ascoltando questo loro nuovo disco, che si siano quantomeno divertiti. L’essere rimasti così appiccicati al proprio passato richiedeva però un’analoga brillantezza nella scrittura delle nuove canzoni; purtroppo non la si ravvede né nei brani scritti da Lowenstein né in quelli dello stesso Lou, entrambi limitatisi alla giustapposizione di una serie di prevedibili cliché, come nelle esageratamente chiassose ‘Stunned‘ e ‘Battery‘. La ragione d’essere di questo disco è dunque soltanto la sua funzione nostalgica, da macchina del tempo volta a mostrare come si componeva e come si suonava in quegli anni. Se però l’approfondimento storico volesse includere anche grandi pezzi, bisognerebbe puntare dritti su ‘Sebadoh III‘ (1991) e ‘Harmacy‘ (1996). In questo nuovo lavoro, purtroppo, di episodi di livello non ce ne sono.

VOTO: 🙁