Suede: ‘The Blue Hour’ (Warner, 2018)

Genere: orchestral brit-pop | Uscita: 21 settembre 2018

The Blue Hour‘ è l’imbrunire, quel momento del giorno in cui il sole è appena tramontato e lentamente l’oscurità avvolge paesaggi, oggetti, persone. Ed è proprio una densa aura dark che permea, più di ogni altro, questo ottavo album in studio degli Suede. Siamo alla terza fatica sulla lunga distanza dopo la reunion dei primi anni ’10, una delle più significative della storia recente, che ha portato ulteriori rilevanti argomenti (soprattutto ‘Bloodsports‘ del 2013) alla considerazione di una band che già godeva di una posizione preminente nella storia del rock britannico.

Questo disco è stato annunciato come la chiusura di un cerchio, nella fattispecie di una trilogia cominciata proprio con ‘Bloodsports‘. A dire il vero, si può prendere per buono l’assunto soltanto a livello numerico perché, rispetto al pre-predecessore, ‘The Blue Hour‘ è l’esatto opposto: tanto era grintoso, diretto e incalzante l’LP uscito cinque anni fa, così è ridondante, sfarzoso, celebrale questo nuovo lavoro.

Ed è da ciò che si muove il nostro personale giudizio: gli Suede sono una band che non si è mai risparmiata nel conferire alle proprie canzoni una sorta di drammatizzazione (nel senso teatrale del termine) alla quale contribuisce fattivamente l’interpretazione vocale di Brett Anderson. L’aver accentuato ancora di più questo aspetto, ad esempio tramite l’apporto continuativo dell’Orchestra Filarmonica della Città di Praga, rende ‘The Blue Hour‘ un lavoro a tratti anche affascinante, ma allo stesso tempo molto pesante da assimilare. Non facilita certo l’affezione all’ascolto far partire il disco con una sorta di neo-Cavalcata delle Valchirie (‘As One‘), inframmezzarlo con uno spoken-word sotteso da canti gregoriani (‘Roadkill‘) e concluderlo con un traccia di 6 minuti e 41 che non sfigurerebbe nella colonna sonora di ‘Game Of Thrones‘ (‘Flytipping‘). Soprattutto, su ben 14 tracce è forse un po’ eccessivo inanellare quasi esclusivamente ballatone dai toni epici (e pure un tantino melense). Certamente Brett e soci non hanno guardato alle playlist di Spotify nel comporre questi brani, e di ciò va dato loro merito. Nella vita, però, ci son anche quelle vie di mezzo che, a differenza di cinque anni fa, sembrano non essere state considerate.

VOTO: 😐



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