The Good The Bad And The Queen: ‘Merrie Land’ (Studio 13, 2018)

Genere: British-pop | Uscita: 16 novembre 2018

Undici anni sono tanti, un periodo sufficiente perché si ritenesse che The Good The Bad And The Queen fosse una sortita una tantum tra i numerosi progetti e le molte idee di Damon Albarn. In realtà quell’album del 2007, così intimamente inglese ma in modo differente perfino dei Blur più brit-pop, ha attecchito nell’immaginario collettivo dei seguaci dell’alternative music d’Albione, che insieme alla stampa di settore si sono ciclicamente domandati se mai ci sarebbe stato un seguito. Gli avvenimenti politici degli ultimi tempi, primo fra tutti la Brexit, hanno come fornito un rigore a porta vuota per la ricostituzione del gruppo, ma soprattutto spunti e incentivi alla vena creativa di Albarn. Ecco dunque, in curiosa correlazione temporale con la ratifica dell’accordo per la definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, giungere ‘Merrie Land‘, “una riluttante lettera d’addio all’Europa” ma anche “una serie di riflessioni su cosa vuol dire essere britannici nel 2018“.

La “terra allegra” del titolo altro non è che lo stesso Regno Unito, e in particolare quella parte di popolazione che ha votato “exit” noncurante delle possibili conseguenze di una decisione che cede alla nostalgia di un passato, in realtà, mai esistito. Una sorta di “si stava meglio quando si stava peggio” cavalcato senza molti scrupoli anche dall’attuale classe politica italiana. ‘Merrie Land‘ è dunque una critica non tanto alla decisione presa nel referendum, ma a quella “crisi esistenziale” (come egli stesso la definisce a Rolling Stone Italia) che l’ha causata, e si sviluppa tramite una serie di allegorie sia musicali che liriche farcite di colte citazioni (Geoffrey Chaucer, Robert Brooke). Damon procede in tal senso con una verbosità che mai era stata cosa densa, ricorrendo spesso a un vero e proprio spoken-word (‘Nineteen Seventeen‘, ‘The Last Man To Leave‘), e lasciando il compito di guidare le melodie a organetti e tastierine vintage, anch’essi parte nella costruzione di uno scenario sonoro fuori tempo, nostalgicamente kitsch e fondamentalmente triste e deprimente.

Siamo dunque di fronte a un’opera che è innanzitutto un potentissimo concept, e contestualmente una recriminazione delusa, accorata e sferzante nei confronti dei propri connazionali e di quell’arrembante populismo che sembra voler infettare qualsiasi comportamento nella vita pubblica. Chi volesse cercare in questo disco singoli da mettere in qualche playlist di Spotify rimarrebbe evidentemente deluso: non è il lato pop l’aspetto più importante di questo lavoro, anche perché tutto è orientato alla resa dell’idea di fondo. ‘Merrie Land‘ contiene comunque grandi canzoni, come ‘Gun To The Head‘, ‘Drifters & Trawlers‘ e ‘Ribbons‘ (quest’ultima, migliore traccia in assoluto, una grigia ballata davvero incantevole), che, se ce ne fosse ancora bisogno, sottolineano una volta di più la versatilità cantautorale di Albarn. E’ però il suono sopra descritto (per cui l’ex Clash Paul Simonon, l’ex Verve Pete Tong, il batterista Tony Allen e il produttore e collaboratore principe di David Bowie Tony Visconti forniscono fondamentale e virtuoso apporto) a siglare l’eccezionalità e l’unicità di quest’opera, che è qualcosa non solamente da sentire, ma a cui prestare accurata attenzione per mettere in moto le proprie personali riflessioni. Come, ad esempio: è veramente questo tipo di ‘Merrie Land‘ il continente in cui vogliamo vivere?

VOTO: 😀



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