The Strokes: 'Reality Awaits' (RCA, 2026)

🎵 Pop-rock | 🏷️ RCA Records | 🗓️ 24 luglio 2026

Il 30 luglio 2001, tutti si innamorarono degli Strokes. Fu da quel giorno che la gran parte degli appassionati di musica poté ascoltare per intero le undici tracce di un disco, ‘Is This It’, che sarebbe diventato - nel vero senso della parola - ‘storico’. Un po' per la qualità intrinseca dell'opera: concisa, diretta, inebriante e sexy come poche altre. Ma anche per circostanze accessorie che lo tramutarono in autentico spartiacque: ad esempio, l'essere uscito all'inizio degli anni '00, divenendo la rappresentazione stilistica della chiusura di un decennio florido come i '90. Per non parlare, poi, delle poche settimane antecedenti la tragedia dell'11 settembre, avvenuta proprio nella loro città natale. Il debutto del quintetto newyorkese aveva portato con sé, grazie a un battage mediatico ancora prevalentemente analogico, una gigantesca aura di coolness tipica della Grande Mela, rappresentata perfettamente da cinque giovani ragazzi di buona famiglia, molto piacenti e vestiti assai bene. ‘Is This It’ fu anche uno dei primi LP a essere scaricati interamente (e illegalmente) da internet, con diversi fan italiani che attesero diverse ore, davanti al loro modem 56k, affinché tutte le tracce entrassero nel proprio PC.

Con precisione chirurgica, Julian Casablancas e soci hanno celebrato il quarto di secolo pubblicando il settimo album della loro storia, divenuta assai più travagliata di quanto si potesse prevedere allora. ‘Reality Awaits’ giunge a sei anni di distanza dell'unico convincente LP post-noughties, ‘The New Abnormal’, che a suo modo li aveva rilanciati come gruppo, dando nuove speranze per un proseguo di carriera di maggior pregio rispetto ai controversi ‘Angles’ (2011) e ‘Comedown Machine’ (2013). Così, per questo nuovo e agognato capitolo, i cinque hanno deciso che il motto “squadra che vince non si cambia” dovesse essere rispettato. Hanno dunque chiesto aiuto ancora una volta al super-produttore Rick Rubin, che li ha riportati nuovamente in Costa Rica (dove si erano tenute gran parte delle sessioni precedenti), per poi perfezionare il materiale tra Malibu e Los Angeles.

Il risultato è un album straniante per chi ha ancora nelle orecchie la band di 25 anni fa, ma pure quella del 2020. Sin dai primi singoli, ha suscitato un certo scalpore l'utilizzo diffuso dell'auto-tune, una sorta di nemesi per un gruppo che ha sempre rappresentato la quintessenza del rock alternativo. In realtà le ragioni di un insuccesso piuttosto clamoroso non si riducono soltanto in questa apparente perdita di innocenza; ce ne sono ulteriori e più profonde, riassunte da questa intervista dello stesso Casablancas di nemmeno un anno fa a Rolling Stone, intitolata ‘Fanculo il mainstream, la popolarità, il pop’, in cui dice, tra le altre cose: “Siamo entrati in un meccanismo che ci teneva uniti solo per ragioni finanziarie, relegando la creatività della band in secondo piano. […] Il mio percorso con gli Strokes era diventato qualcosa di diverso da ciò che mi aveva attratto inizialmente alla musica. […] Sono arrivato alla conclusione che non era il modo in cui volevo svilupparmi.

E fa dunque specie che, neanche un anno dopo, esca un disco della sua band più celebre, che ingloba per di più una serie di tecniche produttive tipiche della musica pop, metaforizzazioni sonore delle tematiche che Julian sviscera nei suoi testi: la deriva del capitalismo divenuta ancora più sinistra a causa dei nuovi poteri legati alle tecnologie, oltre a una cupa riflessione sull'alienazione personale di chi ha ormai raggiunto la mezza età. Le liriche sono la parte migliore di un lavoro che fallisce su quasi tutto il resto, perché i suddetti artifici di studio finiscono per peggiorare parecchio brani che, già di per sé, non rientrano tra i più indimenticabili della storia della band. Come se avessero cercato un algoritmo che non è il loro, l'utilizzo del famigerato auto-tune porta a passaggi autenticamente cringe, quale il fastidioso falsetto che persevera per sei minuti in ‘Falling Out Of Love’ o l'anestetizzazione di un buon brano come ‘Going Shopping’, primo singolo non a caso. L'utilizzo dei sintetizzatori appare spesso poco calibrato, finendo per silenziare le chitarre e coprire le poche melodie accattivanti presenti tra le nove tracce, che si reggono in maniera sufficientemente brillante fino alla sesta, ma che pure crollano miseramente nelle ultime tre. Segnali di confusione creativa, peraltro, erano giunti anche dalla fase promozionale, ricca di immagini vintage a fronte di un suono che si propone come contemporaneo, oltre al pessimo presagio della scelta di ritardare l'uscita del disco per piazzarlo più opportunamente all'interno di un mese molto meno affollato di pubblicazioni rilevanti.

Torna pertanto in mente la prima parte della dichiarazione (di cui sopra) del frontman, e si insinua il sospetto che, ormai, gli Strokes siano nient'altro che la cash machine di musicisti concentrati maggiormente sulle proprie vicende personali, sia dal punto di vista musicale che privato. L'abbandono immediato del collettivo da parte del chitarrista Nick Valensi, che non parteciperà ai tour, la dice lunga su rapporti interni che sono estremamente complicati da almeno tre lustri. Nei credits di ‘Reality Awaits’ emerge anche un minor contributo compositivo da parte dei membri che non siano il leader. La sensazione è che, per primo, sia stato l'amore degli Strokes per sé stessi a essere venuto meno, e per chi si era preso quel colpo di fulmine nel 2001 si adombrano gli estremi di una relazione divenuta tossica. Il consiglio è, dunque, di lasciarla andare: ricordando con tenerezza i momenti belli passati insieme, ma elaborando velocemente il lutto della propria band preferita che non c'è più. Il mondo è pieno di artisti che hanno lo stesso talento, lo stesso appeal e la stessa voglia di emergere degli Strokes del 2001. Bisogna solo andarli a cercare, senza avere paura della novità. Del resto, lo dice anche lo stesso Julian nella conclusiva ‘Tyrants Of The Mellow Moon’: “Here we are for the final time”.

🙁