
🎵 Britanicana | 🏷️ Island Records | 🗓️ 21 agosto 2026
A volte, nella vita, è semplicemente necessario incontrare le persone giuste. Reuben Haycocks (voce, chitarra), Aoife Anson-O’Connell (voce, basso), Paddy Murphy (batteria, voce) lo hanno fatto andando da Johnny Roadhouse, rinomato negozio di strumenti musicali in centro a Manchester, dove lavorava Jimmy Bradbury (voce, chitarra). Lui non frequentava il Royal Northern College of Music, ma ha dato un senso al percorso di studi dei tre amici, proponendogli di formare una band con un nome già pronto: Westside Cowboy. L’idea di Jimmy era suonare canzoni semplici, divertenti, partendo da cover di brani skiffle, country e rock’n’roll. Non certo i generi musicali più in voga tra i ventenni di oggi, e probabilmente neanche tra i loro genitori. Eppure, l’intuizione di voler suonare un neo-genere, denominato dal gruppo stesso “Britanicana”, si è rivelata davvero felice, tanto che tre anni dopo la formazione del quartetto, un album interamente composto da loro canzoni è tra i debutti che nell’anno corrente hanno suscitato più entusiasmo (il concerto di Milano del 9 novembre, per esempio, è già andato sold out).
È peraltro successo tutto piuttosto in fretta: un primo singolo a novembre ’24, e poi due decisivi EP tra agosto ’25 e gennaio ’26. Quindi, un tour in supporto dei Geese, durante il quale hanno fatto un’altra conoscenza per loro fondamentale: quella di Loren Humphrey, già collaboratore della band newyorkese come di Cameron Winter solista, che è poi diventato il produttore di ‘It Goes On’. Che è proprio il disco che volevano fare: “giovane, energetico, snello, imperfetto, immediato e onesto, ispirato ai debutti che li avevano fatti innamorare della musica”, si legge su Clashmusic, tra cui ipotizziamo poter esserci ‘Is This It’ degli Strokes e ‘Funeral’ degli Arcade Fire. Sì, perché l’opera prima dei Westside Cowboy pare davvero un possibile anello di congiunzione tra queste due pietre miliari degli anni ’00, con l’essenzialità e la concretezza del primo unita alla vivacità collettiva del secondo. “Non stavamo cercando di fare qualcosa di definitivo per la carriera. Ci piace come suonano i debut album quando una band si sente affamata ma ancora non del tutto stabilizzata. C’è una pressione inutile sui nuovi gruppi perché devono mettere tutto nel primo tentativo. Non deve essere così. Basta fare quello che sembra giusto”, afferma Paddy, il batterista, in un’intervista al Guardian, mostrando un’invidiabile maturità artistica nonostante la giovane età.
Ed è probabilmente proprio per questo che ‘It Goes On’ è un disco bello quanto appiccicoso: la sua freschezza e la sua apparente semplicità, riscontrabile in ciascuna delle undici tracce di una scaletta che si esaurisce esaurientemente in 35 minuti. Il singolone ‘Kick Stones’, ma anche ‘Paperchains’, ‘Well Done Kid, You Did It’, ‘Worried Age’, ‘Pin Up Boys’, ‘Coyote’ e ‘You Could Have Died Here On The Dancefloor’ sono tutti brani che potrebbero diventare classici se non fossimo in un’epoca di perenne cancellazione della memoria. L’esordio dei quattro ragazzi inglesi è uno di quegli LP che si comprende immediatamente abbiano qualcosa in più degli altri, e questo qualcosa, che per giunta è fruibilissimo da chiunque, emerge con sempre più evidenza ascolto dopo ascolto. Un po’ come accadde con ‘3D Country’ dei Geese, per fare un esempio recente. Anche in questo caso, se non si è dalle parti di un disco dell’anno, vi si staziona assai vicino. Che siano dunque gli stessi Westside Cowboy le persone giuste che abbiamo avuto la fortuna di incontrare?
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