Westkust: ‘Westkust’ (Luxury, 2019)

Genere: noise-pop | Uscita: 1 marzo 2019

Anche se il loro esordio, ‘Last Forever‘, venne pubblicato nel 2015, i Westkust avevano cominciato a suonare regolarmente nei dintorni di Goteborg già dal 2010. Ci vollero un po’ di anni, però, perché il progetto prendesse definitivamente forma: ciò avvenne soprattutto grazie al supporto che i colleghi Makthaverskan diedero loro. Lo fecero in maniera estremamente concreta, tanto che due membri, Hugo Randulv e Gustav Andersson, entrarono nel gruppo. Fornita la necessaria spinta per il via, i due rientrarono compostamente nella propria band di origine, e per i Westkust fu necessaria una riorganizzazione: Julia Bjernelind, la frontwoman, si è presa in carico la chitarra che era di Gustav e un nuovo bassista, Pär Karlsson, ha rimpiazzato Hugo. Con loro sono rimasti i ‘membri fondatori’ Brian Cukrowski (chitarra) e Philip Söderlind (batteria). Non è un caso che sia questo sophomore a chiamarsi ‘Westkust‘ come il gruppo: è una chiara dichiarazione di identità, che evidentemente non poteva essere così tanto affermata in quel debutto con consulenza esterna.

Nei ‘nuovi’ Westkust, il primo evidente strappo col passato è l’assenza di una voce maschile che si alterni a quella della Bjernelind, ruolo svolto nel primo LP dallo stesso Andersson. Il secondo, che probabilmente conta anche di più, è una maggiore focalizzazione del proprio suono a favore delle distorsioni di chitarra, che modificano dunque da “dream-” a “noise-” il suffisso da anteporre alla termine “pop“. Rimane infatti la componente melodica il tratto distintivo delle canzoni del neo-quartetto svedese, melodie che come da tradizione nazionale si confermano assolutamente intriganti. L’aumento del rumore, quasi che della produzione si fosse incaricato qualcuno degli A Place To Bury Strangers, fa sostanzialmente fare un passo in avanti, a livello di unicità, alle nove tracce in scaletta.

E’ questa la ragione principale per cui preferiamo questa aggiornata versione dei Westkust rispetto alla, pur egregia, precedente. L’opener nonché primo singolo ‘Swebeach‘ è piuttosto indicativo a proposito di ciò che seguirà, ed è anche la miscela meglio calibrata tra la ruvidezza della strumentazione e la delicatezza della voce e delle armonie. I ragazzi di Goteborg arrivano a spingere quasi come un gruppo punk (‘Drive‘, ‘Do You Feel It‘) e a intasare lo spettro sonoro come una band shoegaze (‘Daylight‘, ‘Adore‘), ed è proprio la buona riuscita di ognuna di queste variazioni sul tema che rende ‘Westkust‘ un album a cui i cultori del genere, oltre che gli amanti della Svezia, sono obbligati a dare almeno un paio di ascolti.

VOTO: 🙂



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