Mark Lanegan: ‘Straight Songs Of Sorrow’ (Heavenly, 2020)

Genere: alternative-rock | Uscita: 8 maggio 2020

Tra tutti coloro che avevano frequentato Seattle nei primi anni ’90, Mark Lanegan è stato il più longevo. Purtroppo non soltanto musicalmente, come egli stesso ricorda, con amara ironia, nella sua autobiografia ‘Sing Backwards And Weep‘, pubblicata 10 giorni prima di questo suo ennesimo LP: “Né Kurt (Cobain) né Layne (Staley) credevano che mi sarei mai disintossicato. Entrambi immaginavano che un giorno avrebbero smesso, ma che le mie possibilità di farlo sarebbero state quasi nulle.” E invece Mark è uno dei pochi sopravvissuti, e continua a sfornare album con una continuità che ha del pazzesco: ‘Straight Songs Of Sorrow‘ è il quarto in quattro anni, se si conta anche il ‘duetto’ con Duke Garwood del 2018, ed esce a poco più di sei mesi dal rimarchevole ‘Somebody’s Knocking‘ (2019), che già di suo conteneva 14 canzoni. A questo giro si arriva a 15 (per un totale di 29 in brevissimo tempo) per più di un’ora di musica: nonostante i 55 anni, la sua creatività non sembra subire il benché minimo arresto.

Cinque anni oltre mezzo secolo è probabilmente anche l’età giusta per una riflessione sulla propria esistenza, ed è proprio questo il senso delle storie raccontate nel suo memoir, di cui queste tracce sono una sostanziale colonna sonora: “Ho iniziato a scrivere questi pezzi nel preciso momento in cui ho chiuso il libro, e ho realizzato che c’erano sentimenti profondi perché erano tutti collegati a quei ricordi.” Ricordi che abbracciano un arco temporale vastissimo, e che per questo, diventati canzoni, ne mantengono l’eterogeneità. Si passa dal vecchio/nuovo amore per l’elettronica, mai così amalgamata nel tessuto delle composizioni (‘I Wouldn’t Want To Say‘, ‘Internal Hourglass Discussion‘) all’estrema vulnerabilità rappresentata dal minimalismo acustico (‘Apples From A Tree‘, ‘Stockholm City Blues‘), dall’onnipresente dirty blues (‘Ketamine‘, ‘Skeleton Key‘, ‘Hangin On‘) a inedite commistioni (‘This Game Of Love‘, ‘Churchbells, Ghosts‘, ‘Ballad Of The Dying Rover‘). E’ vero che Lanegan ha collaborato moltissimo in vita propria, ma mai un suo LP solista aveva ospitato così tanti amici, come accorsi a rendergli un tributo: Greg Dulli degli Afghan Whigs, Warren Ellis dei Bad Seeds, John Paul Jones dei Clash, Ed Harcourt, Adrian Utley dei Portishead, Mark Morton dei Lamb Of God, Wesley Eisold dei Cold Cave, Simon Bonney dei Crime & The City Solution e soprattutto la moglie Shelley Brien, al primo duetto in famiglia (‘This Game Of Love‘): “Ogni ragazza che ho avuto per un certo periodo di tempo, mi ha lasciato. Tutte quelle buone mi hanno lasciato! Fino a quando è arrivata la mia attuale moglie. E’ stato grande cantare con lei, e ha una profondità emozionale a cui non sono abituato. Questo è il disco più onesto che abbia mai realizzato.

Affermazione opinabile, ma non per presunzione: è difficile trovare un album della discografia dell’ex Screaming Trees che non si possa definire tale. ‘Straight Songs Of Sorrow‘ trasmette probabilmente ancora più partecipazione per molti dei motivi elencati sopra. E’ un coinvolgimento udibile per un’intera ora senza che ci si possa annoiare. I frequenti cambi di registro, quasi esclusivamente legati alla forma della ballata, allontanano la minaccia della monotonia, e ribadiscono con una qualità media altissima quanto elevato sia il valore di un artista che in un mondo ideale non dovrebbe avere alcuna necessità di scrivere la propria biografia: la dovrebbero già conoscere tutti.

VOTO: 😀



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