La Top 5 dell’anno: 1996

In ‘Alta Fedeltà’, il romanzo più celebre di Nick Hornby, il protagonista, proprietario di un negozio di dischi, era solito ‘giocare’ con i propri dipendenti/amici nel redarre alcune classifiche, composte solamente da cinque posizioni, sugli argomenti più disparati. Ovviamente, grande spazio avevano quelle musicali. Analogamente, e anche in quanto colta citazione (tutti voi, se non l’avete già fatto, dovreste leggere ‘Alta Fedeltà’), si è pensato di fare un analogo giochino a proposito degli album pubblicati negli ultimi 24 anni. Ovviamente sono classifiche che non hanno alcuna pretesa di avere un valore assoluto, ma vogliono essere soltanto un modo per ricordare i bei tempi andati e alcuni album che hanno fatto la storia recente.


1. Beck: ‘Odelay’ (DGC, 1996)

E pensare che all’inizio doveva essere un album acustico e anche un po’ cupo. Beck era triste, aveva appena perso l’amato nonno e vedeva tutto nero. La volontà di dare un seguito al successo di ‘Mellow Gold‘ gli fece per fortuna cambiare idea e anche produttori: chiamò così i Dust Brothers, celebri per i loro lavori con i Beastie Boys e dunque espertissimi in crossover tra generi. Come aveva già fatto intravedere nei lavori precedenti, l’eclettismo gli era innato, e in quest’album toccò vette altissime, con pastiche sonori che risultavano organicissimi sebbene costruiti con ingredienti all’apparenza inconciliabili. Per dare un’idea, ecco l’elenco dei generi musicali presenti nel disco (citiamo Wikipedia): “folk, country, garage rock, electro, exotica, old-school rap, noise rock, punk-rock, bossa nova, latin soul, R&B mainstream“. Un’altra idea la danno i singoli estratti, brani divenuti classici come ‘Devil’s Haircut‘, ‘The New Pollution‘, ‘Jack-Ass‘ e ‘Where It’s At‘.


2. Deus: ‘In A Bar, Under The Sea’ (Island, 1996)

Prima band belga della storia ad aver firmato un contratto discografico con una major, i Deus, oggi di esclusiva pertinenza di Tom Barman, fino al ’97 erano un vero e proprio collettivo con ben più di una mente creativa. Stef Kamil Carlens era un autentico co-frontman, Rudy Trouvé un musicista, discografico ma anche un pittore, tanto che il dipinto divenuto la copertina del disco è opera sua. Questo ‘fermento’ interno alla band si rifletteva su creazioni anche in questo caso estremamente originali e eclettiche, che inglobavano un po’ tutti i sottogeneri del rock, dal folk al punk, ma anche jazz ed electro. A giudizio di chi vi scrive l’album più maturo e creativo dell’intera discografia dei Deus, contiene brani di livello altissimo come ‘Little Arithmetics‘, ‘Fell Off the Floor, Man‘, ‘Theme From Turnpike‘ e ‘For The Roses‘.


3. Belle And Sebastian: ‘If You’re Feeling Sinister’ (Jeepster, 1996)

E’ lo stesso Stuart Murdoch, che da allora ne avrebbe scritte parecchie, a definire questo disco “la mia migliore raccolta di canzoni“. I Belle And Sebastian erano già molto chiacchierati per un album, ‘Tigermilk‘, fatto uscire qualche mese prima per una piccolissima etichetta in sole 1000 copie. La Jeepster Records, non molto più grande, vinse la gara ad accaparrarsi il gruppo perché ne accettò totalmente la filosofia creativa e comunicativa (niente singoli, niente eventi promozionali, niente foto dei componenti). Conteneva teneri e docili brani pop dalla incisività melodica fuori dal comune, che dovevano molto a precursori come Smiths e Pastels, registrati in maniera totalmente analogica e anche un po’ lo-fi. Difficile citarne solo alcuni, scegliamo ‘Seeing Other People‘, ‘Like Dylan In The Movies‘, ‘Get Me Away From Here, I’m Dying‘, ‘Me And The Major‘.


4. Nick Cave And The Bad Seeds: ‘Murder Ballads’ (Mute, 1996)

Un concept ben definito, quello scelto per quello che fu il nono album in carriera per Nick Cave And The Bad Seeds: come deducibile dal titolo, è un album basato su quelle ballate folkloristiche che peculiarmente trattano di crimini. Cave ne andò a recuperare alcune dalla tradizione, una da Bob Dylan, un bel po’ ne scrisse di suo pugno, dando vita a una sorta di slowcore macabro di eccezionale atmosfera. Inaspettatamente, questo disco si rivelò il più grande successo di vendite della discografia dei Bad Seeds. O forse non inaspettatamente, perché i due principali singoli ‘Where The Wild Roses Grow‘ e ‘Henry Lee‘, erano duetti rispettivamente con Kylie Minogue e PJ Harvey, ovvero una popstar e una rockstar. I rispettivi video passarono per settimane in heavy rotation su MTV, e si rivelarono un eccezionale traino.


5. Pearl Jam: ‘No Code’ (Epic, 1996)

Frutto di dinamiche interne alla band molto tribolate e non apprezzatissimo dai fan duri e puri del gruppo, ‘No Code‘ venne estremamente sottovalutato quando uscì. In realtà si tratta della vera dipartita di Eddie Vedder e soci dalla scena grunge, una scelta che allungò loro la carriera di almeno un paio di decenni. Farcito di ballate e di suoni inusuali per la band (come accenni afro-beat e spoken word), aveva anche una forte anima garage-rock impersonata dal singolo ‘Hail, Hail‘. ‘No Code‘ è uno degli album dei Pearl Jam che può vantare la maggiore varietà stilistica, ed è tutt’altro che “inconsistente“, come qualcuno disse allora: basti ascoltare ‘Sometimes‘, ‘Red Mosquito‘, ‘Present Tense‘ e ‘Mankind‘ per accertarsene.


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