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Yard Act: ‘You’re Gonna Need A Little Music’ (Island, 2026)

🎵 Brit-pop | 🏷️ Island Records | 🗓️ 17 luglio 2026

Può sembrare strano, ma gli Yard Act non avevano mai registrato un album suonando tutti insieme nella stessa stanza. Sia ‘The Overload’ del 2022 che ‘Where’s My Utopia’ del 2024 sono stati ciò che loro stessi definiscono dei “laptop records”, lavorati a distanza grazie alle moderne tecnologie software. È per questo che per ‘You’re Gonna Need A Little Music’, il terzo capitolo di una carriera che li ha visti sempre ai vertici delle indie-chart britanniche (al numero 4 con il debutto, al 2 con il sophomore), hanno deciso di andarci, in uno studio. Anzi due, perché una parte delle registrazioni si è svolta nella loro Leeds, e un’altra metà a Los Angeles, convocati da Justin Meldal-Johnsen (Nine Inch Nails, Beck, St. Vincent, Wolf Alice), che ha cercato di dare loro un vero e proprio metodo di lavoro. Che non avevano mai avuto.

Peraltro, gli Yard Act sono più vicini ai 40 che ai 30: stanno dunque crescendo pure come individui, e questo LP, anche per la posizione in discografia, è quello “della maturità”. Già nel precedente avevano dimostrato di sapersi emancipare dallo spoken-word divertente e danzabile, alla ‘Parklife’, dell’esordio, ma in questo si evidenzia un deciso aumento dell’amalgama di un quartetto che ai tempi di ‘The Overload’ non era ancora interamente formato. Dopo tutti i concerti in giro per il mondo, James Smith (voce e testi), Ryan Needham (basso), Sam Shipstone (chitarra) e Jay Russell (batteria) sono anche migliorati come musicisti, e dunque riescono a prendersi qualche licenza creativa in più rispetto a inizio decennio.

Ad esempio, in questo ‘You’re Gonna Need A Little Music’ ci sono diverse canzoni – oseremmo dire – brit-pop, con il loro bel ritornello orecchiabile, con i ganci di chitarra giusti, con una ritmica che fa battere il piedino. Il pregio di questa opera terza è il mantenersi apprezzabile e intrigante in tutta la sua durata, con mood e atmosfere che variano a sufficienza da non risultare ridondanti. Smith declama le sue teorie anti-capitaliste, ma canta anche parecchio, ad esempio in ‘New Beginnings’, nella tirata ‘Cherophebe Rock’, nell’ironica ‘Talky Talky People’ e nella conclusiva ‘Over The Barrell’. Non manca neanche quella manciata di buoni pezzi che si possono definire ‘classici’, come il singolo ‘Redeemer’ o l’opener ‘Empty Pledges’, e dunque per gli Yard Act quest’album si rivela il terzo indizio che fa una prova. Ovvero, essere una band ormai solida e stabile, che persevera nella ferma intenzione di seguitare a far divertire.

🙂



 

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